Antonio Cifariello, Maurizio Arena e Renato Salvatori simboli dell’Italia “giovane” del boom economico

Un saggio a cura di Domenico Palatella.

L’esplosione di giovani attori che diventassero il simbolo dell’Italietta spensierata ed allegra degli anni ’50, si ricollega alla nascita della cosiddetta fase del “neorealismo rosa”, inaugurata dalle due saghe campagnole dei Pane e amore e dei Don Camillo e Peppone, che danno il via libera alla commedia all’italiana vera e propria. Questo genere di commedia leggera, blandamente satirica e a carattere fortemente regionale, sarebbe continuata urbanizzandosi, nell’Italia del Boom, e non di rado trasferendosi persino nei luoghi vacanzieri più chic e importanti dello stivale. Per ragioni anche logistiche, la nuova Arcadia cinematografica sarebbe stata stabilita dapprima nelle città di Roma e Napoli, per estendersi poi alle più note stazioni balneari del Bel Paese. ANTONIO CIFARIELLO, MAURIZIO ARENA e RENATO SALVATORI, sono stati gli attor giovani che meglio hanno rappresentato questo particolare periodo storico del cinema e della società italiana.

Più giovani di un Sordi o di un Chiari, (Cifariello classe ’30, Arena classe ’33 e Salvatori classe ‘34), i tre attori sono stati i più affascinanti, richiesti e copertinati di tutta una generazione del cinema italiano. Amatissimi dal pubblico femminile per la loro avvenenza, erano anche apprezzati da quello maschile per la loro simpatia. Questi ultimi vedevano in loro infatti quello che avrebbero voluto essere: alti, atletici, fotogenici, superficiali, ma in definitiva onesti e lavoratori. Se Sordi, ad esempio, ha rappresentato i vizi, i difetti e le virtù dell’italiano medio come nessun altro, i tre hanno rappresentato un’intera generazione di ventenni o trentenni alle prese con l’Italia spensierata del Boom. Eppure per un motivo o per l’altro, la loro è stata una vita intensa, ricca di successi, ma sostanzialmente sfortunata. Passato il periodo d’oro, soprattutto Salvatori e Arena sono stati quasi ingiustamente messi da parte, venivano considerati forse troppo legati a un momento irripetibile della nostra storia, troppo legati a un costume, per poter essere protagonisti anche negli anni ’70. I due condussero in ogni caso una vita molto sregolata e al limite, rispetto al più pacato Cifariello. Per quanto riguarda Salvatori ad esempio, negli anni ’70, forse per le delusioni relative al declino professionale, cominciò ad avere problemi di alcolismo. Nei primi anni ’80 decise poi, di abbandonare definitivamente il cinema, un mondo che non gli apparteneva più, come spiegò in un’intervista piuttosto amara e polemica. Il suo fisico era ormai già minato dalla cirrosi epatica, che lo portò prematuramente alla morte il 27 marzo 1988, all’età di 54 anni. Ancora prima morì Maurizio Arena, romano de Roma, che per ingenue manie di grandezza, si auto diresse in due pellicole, Il principe fusto (1960) e Gli altri, gli altri e…noi (1967) che non ottennero il successo sperato, imboccando una precoce parabola discendente. Dopo un periodo di assenza, alla fine degli anni ’60 la sua fama era già in netto declino: ingrassato e con un’estesa calvizie, veniva ormai chiamato soltanto per piccole parti da caratterista. La sua ultima interpretazione, ispirata all’eroico Braccio di Ferro, si intitolava Pugni, dollari e spinaci (1978), film che non riuscì neppure a trovare uno sbocco commerciale. Scomparve all’età di 45 anni nella notte tra mercoledì 20 e giovedì 21 novembre 1979 nella sua Villa di Casal Palocco a causa di una crisi cardiaca sopraggiunta in seguito al riacutizzarsi di un’affezione renale di cui soffriva da tempo. Cifariello, invece, che dei tre è stato sempre quello più pacato e più oculato amministratore di sé stesso e della sua immagine, continua anche negli anni ’60 ad essere sulla cresta dell’onda. Intuendo con sagacia, prima dei suoi due colleghi, di non poter divincolarsi dallo stereotipo assunto, decise quindi di alternare la carriera cinematografica a quella di inviato speciale e documentarista per la RAI, che lo porterà a compiere numerosi viaggi in giro per il mondo, dimostrando doti di notevole preparazione e serietà. Sfortunatissimo, in uno di questi reportage all’estero, trova purtroppo tragica morte in un incidente aereo nei cieli d’Africa e più precisamente di Lusaka nello Zambia, a soli 38 anni nel 1968. Una fine terribilmente ingiusta per un attore che si era saputo riciclare, trasformare, rigenerare, mantenendo inalterati professionalità e successo. Lasciò peraltro un figlio piccolissimo, Fabio Cifariello, che all’epoca aveva 8 anni ed oggi è un apprezzato compositore e musicista.

Eppure nonostante tutto, si può dire che il loro sia stato, per usare un termine critico, un rapporto con il cinema “intenso, ancorché limitato”. Il termine “limitato” va inteso ovviamente con riferimento alla durata cronologica ristretta della loro carriera cinematografica; “Intenso” invece sta a significare che quell’impegno, negli anni d’oro fu frenetico e praticamente senza sosta. Hanno avuto infatti modo di lavorare con i registi più importanti dell’epoca, Dino Risi, Federico Fellini, Mario Monicelli, Mario Camerini, Luchino Visconti, Vittorio De Sica, Valerio Zurlini, insomma in questa lista di nomi c’è tutto il meglio del panorama registico italiano.

Il primo ad affacciarsi in maniera significativa nel cinema sarà Antonio Cifariello, che appena ventenne interpreta da protagonista il film La sposa non vestiva di bianco (1950), anche se a ragion del vero non siamo ancora all’attore che apprezzeremo in futuro, ma è già un segnale di quello che potrà diventare. In quegli anni ha modo di conoscere e di stringere una profonda e sincera amicizia con la allora sconosciuta Sophia Loren, anche lei in cerca di uno sbocco professionale nel mondo del cinema. E quando, pochi anni dopo entrambi saranno diventati famosi, verranno scritturati insieme, come co-protagonisti, in uno dei film più graditi al pubblico di tutte le epoche, ovvero Pane, amore e… (1955). L’iconico “Nicolì, addo staje, Nicolì scinn abbascj”, gridato da Sophia nel porto di Sorrento, per evitare che il suo amato parta per il lontano Venezuela, è rimasto nella memoria collettiva. Il film, diretto da Dino Risi, che ha come protagonista il maestro Vittorio De Sica nei panni del leggendario maresciallo dei carabinieri, è il terzo dei quattro capitoli della saga dei Pane e amore, il primo girato a colori.

Cifariello aveva studiato, si era preparato a dovere per diventare un vero attore. Secondogenito del noto scultore Filippo Cifariello e della sua terza moglie, la prussiana Anna Maria Marzell, visse dunque da vicino una certa attenzione per l’arte e per la cultura. Il padre morì sei anni dopo la sua nascita e lui crebbe comunque sereno a Napoli con la mamma e il fratello. In un lungo articolo pubblicato su “Tempo”, il 19 maggio 1955, possiamo dedurre quale sia stato l’episodio che ha portato il giovane attore ad entrare in contatto con il mondo del cinema. Una serie di incontri “decisivi” permisero a Cifariello di farsi notare in breve tempo. Era il 1949 e al brillante diciannovenne Antonio, mancavano solo due mesi agli esami di licenza liceale. Quel giorno un regista in cerca di un bel nuotatore lo notò nei locali di un circolo canottieri di Napoli e lo invitò a Roma per un provino. Bisogna dire che non è stato molto difficile per questo giovane diciannovenne, così sveglio e atletico, pensare di poter cambiare vita. Aveva una grande capacità affabulatoria e una certa velocità di apprendimento. Così partì per Roma e firmò il suo primo contratto cinematografico: 200.000 lire.

Durante la lavorazione de La sposa non vestiva di bianco, continuò a studiare e quando tornò a Napoli si presentò agli esami, superando brillantemente la licenza liceale. «E’ questo il più bel ricordo che porto con me», racconta Cifariello per il lungo reportage di “Tempo”, «perché in quel momento capii che con un po’ di buona volontà anch’io avrei potuto fare qualche cosa, evitando così di mortificarmi nella vita che altrimenti mi era riservata». Durante le vacanze montò in moto-scooter, fece un giro per l’Italia e a Roma incontrò l’operatore del suo primo film. Fu costui a consigliargli di frequentare il Centro Sperimentale di Cinematografia. Cifariello accettò, anche perché, tutto sommato, non gli sarebbe dispiaciuto poter diventare un attore. L’esame di recitazione lo vide impegnato nella dizione di un brano del Metastasio. Fu un fiasco senza attenuanti e le ambizioni cinematografiche sarebbero state sepolte lì se il regista Luigi Zampa, che faceva parte della commissione, non avesse chiesto che “quel giovane” venisse ugualmente ammesso.

Durante il corso partecipò per 70.000 lire (dieci subito e sessanta un anno e mezzo dopo) ai film Eran 300. Appena il clima lo permise non perse un attimo per correre al mare e ancora una volta la sua bravura di nuotatore, che un tale aveva notato nella piscina di Ostia, gli procurò un nuovo contratto: per 80.000 lire al mese, 90 giorni in cutter per le riprese di Africa sotto i mari, il film che viene ricordato soprattutto per aver rivelato una certa Sofìa Scicolone. Portò poi a termine con successo gli studi al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, ottenendo il diploma nel 1953, proprio l’anno in cui venne scelto da Fellini per interpretare il suo episodio del film corale L’amore in città, intitolato Agenzia matrimoniale. Anche in questo caso, l’incontro con Fellini fu del tutto fortuito, come narra lo stesso attore nell’ormai famoso articolo di “Tempo”. Nel maggio del ’53 venne chiamato dal regista Carlo Lizzani che intendeva affidargli una parte in Cronache di poveri amanti. L’anticamera della casa di produzione era occupata da una ventina di giovani decisi a farsi notare da Fellini per un ruolo in Agenzia matrimoniale. «Mi ero acceso una sigaretta e fumavo trepidante in un cantuccio», ricorda Cifariello, «quando entrò nella saletta un tale piuttosto grosso. Seppi che era Fellini perché quei venti giovanotti si gettarono su di lui chiamandolo per nome. Il regista s’infilò in una stanza e li ricevette uno per volta gli aspiranti. Alla fine uscì fuori e mi passò davanti. Ebbi un momento di incertezza perché non sapevo se mi sarei dovuto levare in piedi a salutarlo. Ormai sapevo che quello era Fellini. Ma d’altro canto non lo conoscevo e non mi conosceva. Così rimasi a sedere. Il regista scomparve in una stanza, ne uscì, venne accerchiato dagli aspiranti, riuscì a liberarsi dall’assedio ed ebbi l’impressione che venisse verso di me. Pensai che forse mi sarei dovuto levare in piedi. E cosi feci. Accennai, vagamente timido, un saluto. Fellini mi mise una mano sulle spalle e disse: “Bene!”. Poi mi osservò attentamente da un orecchio all’altro, dai piedi alla cima dei capelli e, sempre tenendo la sua mano sulla mia spalla ‘continuò: “Domani cominciamo a lavorare”».

Da quel momento in poi Cifariello diventa uno dei giovani attori più richiesto dai produttori e dai registi italiani, soprattutto per commedie brillanti o sentimentali o per pellicole avventurose fino ad ottenere il “suo” ruolo, quello che si potrebbe definire il “ruolo della vita”, e cioè quello dello scapestrato ed esuberante giovanotto fiorentino a caccia continua di sottane nel capolavoro di Valerio Zurlini Le ragazze di San Frediano (1954), tratto dal piacevole romanzo di Vasco Pratolini. Lo stesso regista ebbe parole di elogio per la sua pellicola: «È una commedia all’italiana, ma un po’ diversa dai modelli di allora, tipo “Pane, amore e fantasia” (…). Le ragazze di San Frediano era un film spiritoso, allegro, ironico, tutto interpretato da attori alle prime armi, e questo gli dava un’aria di freschezza e di vivacità. Del resto era una commedia piena di malinconia: faceva ridere ma fino a un certo punto». E persino la critica attuale lo definisce in grado di sfiorare le corde del capolavoro: “Il Mereghetti” infatti loda “l’insolita freschezza e schietta ironia, l’attenzione al contesto e la resa figurativa” e la prova di tutti i giovani attori, su tutti quell’Antonio Cifariello, al quale ormai sono spalancate le porte del grande cinema. Anche “Il Morandini” parla di “garbo, brio e freschezza” e di “ottima direzione di attori”. Rimanendo in quegli anni, sul set di Villa Borghese (1953), Cifariello incontrò per la prima volta il maestro De Sica, pur non essendo scritturati per lo stesso episodio. Qui conosce anche Maurizio Arena, che di lì a poco diventerà suo caro amico e come lui anche simbolo di un’epoca irripetibile.

La storia cinematografica, almeno all’inizio, di Arena e Salvatori è diversa rispetto a quella di Cifariello. Loro al successo arrivano relativamente tardi e devono aspettare l’incontro con il regista Dino Risi, per poter ottenere finalmente attenzione e notorietà. La popolarità vera, infatti arriva per entrambi grazie a quel Poveri ma belli (1956), che ormai fa parte della storia del nostro cinema, e che ottenne un successo insperato e clamoroso. Un film dialettale, giovanilmente scanzonato, proletario nell’estrazione ma piccolo-borghese nello spirito, decretò il successo di un genere (la commedia all’italiana) e di un regista in perfetta sintonia con l’evoluzione del costume nazionale. Le figure di Renato Salvatori, Maurizio Arena, ed ancora delle avvenenti e prosperose Marisa Allasio, Lorella De Luca e Alessandra Panaro furono azzeccate oltre ogni più rosea previsione. Cinque giovani attori, pressoché sconosciuti, che passarono subito alla notorietà dando vita a dei personaggi tipici e destinati a durare nel tempo. Diventarono ben presto alle stregua di veri e propri “miti” viventi di una generazione, quella spensierata ed allegra della “Dolce Vita”, quella Dolce Vita di Via Veneto, che Arena e Salvatori frequentavano assiduamente. SI narra che a Salvatori piacesse fare le ore piccole in Via Veneto, da Rosati o da Doney, ascoltando discorsi che non capiva fino in fondo, ma che (dato importantissimo, fu il segreto della sua simpatia) non fingeva mai di capire. In quegli anni la sua naturalezza conquistò tutti; e la sua carriera cinematografica prese senza sforzo le vie del film impegnato fino al trionfo di Rocco e i suoi fratelli (1960) di Luchino Visconti. Il regista lo amava moltissimo e protesse la sua unione con Annie Girardot come un vecchio zio. Con l’attrice francese Renato ebbe una relazione sentimentale tra le più chiacchierate e copertinate, tanto che il loro matrimonio, celebrato il 6 gennaio 1962 ebbe risonanza mondiale. Dalla loro unione, il 5 luglio dello stesso anno nacque la figlia Giulia, anch’essa apprezzata attrice. In seguito Annie e Renato si separarono, ma rimasero sempre in ottimi rapporti. Salvatori ha poi avuto un secondo figlio, Nils, con la fotomodella tedesca Danka Schroeder. Anche lui deve la sua carriera, esattamente come Cifariello, ad alcuni incontri “illustri” che ne hanno lanciato le sue quotazioni artistiche. Renato veniva dalla bella terra di Lucca, dove il padre Pietro lavorava in un’azienda lapidea che ha scritto un capitolo importante nella storia della scultura moderna e contemporanea, la Henraux. Da giovanissimo, per aiutare la famiglia fu prima marmista, poi aiuto cameriere e successivamente anche bagnino di salvataggio in Versilia. Proprio qui, tra Viareggio e Forte dei Marmi, da sempre mete “illustri”, che attiravano lo star-system dello spettacolo italiano, inizia ad appassionarsi al mondo del cinema. Spinto da questa opportunità, nel 1951 appena diciassettenne, prende parte ad un provino e viene scoperto da Luciano Emmer che lo sceglie per una parte nel film Le ragazze di piazza di Spagna (1952); ma il primo ruolo da protagonista gli venne affidato in Jolanda la figlia del corsaro nero, diretto da Mario Soldati nel 1952. Da qui, una lenta e progressiva ascesa, lo porterà a lavorare con registi come Dino Risi, Luigi Comencini, Mario Monicelli e Luchino Visconti, che fu quello tra tutti che lo trattava nella maniera più burbera possibile, provocandolo, sgridandolo bruscamente, lodandolo quand’era il caso. E Salvatori con loro visse qualche anno di intensa vita artistica, con titoli che formano una “personale” di tutto rispetto. Da La nonna Sabella (1957) a La nipote Sabella (1958), al fianco di mostri sacri come Tina Pica e Peppino De Filippo; da I soliti ignoti (1958) a L’audace colpo dei soliti ignoti (1959), di Mario Monicelli il primo e di Nanni Loy il secondo; da Un giorno da leoni (1961) ancora di Nanni Loy a La banda Casaroli (1962) di Florestano Vancini, passando per Omicron (1963) di Ugo Gregoretti, Una bella grinta (1965) di Giuliano Montaldo, I compagni (1963) di Mario Monicelli o I magliari (1959) di Francesco Rosi. Con propaggini che si protrarranno nel decennio successivo in film di grandi firme: Ferreri, Costa Gavras, Pontecorvo, Rosi, Petri, Bertolucci. Una galleria di personaggi alla base dei quali c’era sempre l’intuito della scelta tempestiva, l’istinto sicuro, la disponibilità cinematografica.

La popolarità arrivò, come già detto, grazie al ruolo di Salvatore nella trilogia di Dino Risi Poveri ma belli (1956), Belle ma povere (1957) e Poveri milionari (1959). Buon successo di pubblico ottenne anche con Vacanze d’inverno (1959), epigono natalizio delle commedie balneari, diretto da Camillo Mastrocinque; e con Il disordine (1962), di Franco Brusati, dove si incontrò con una grande diva come Alida Valli. Ma tra tanti ruoli importanti, quello fondamentale per capire l’attore Renato Salvatori resta quello di Simone in Rocco e i suoi fratelli (1960). Sul set di questo film strinse una fraterna amicizia con Alain Delon, che anche negli anni del declino lo volle accanto a sé in alcuni film poliziotteschi come La mia legge, Flic Story, Lo zingaro. Insomma nella filmografia di Renato Salvatori, che appare oltremodo completa e poliedrica, non mancano prove coraggiose, talvolta a forti tinte drammatiche. Un attore e uomo simpatico, sensibile, forse troppo, che amava molto il suo mestiere, e forse per questo ad un certo punto gli si chiusero le porte del cinema. Perché tutto questo a un certo punto, finì? Perché il cinema chiuse le porte a Renato, o perché Renato voltò le spalle al cinema? Negli ultimi anni, si era dedicato ad altre attività, toccando anche l’impegno politico. Fu infatti addetto alle relazioni esterne del Gabinetto del Ministro dei Trasporti Claudio Signorile, nel 1984. Parlava però spesso del passato e lo faceva con rabbia e nostalgia. Era invecchiato, ma le rughe lo rendevano più interessante. Lo consideravano troppo legato a un momento irripetibile della nostra storia, troppo legato a un costume per non imporre stucchevoli confronti con il passato? Fatto sta che si ritrovò addosso, da un momento all’altro, quell’etichetta di “has been” (è stato) fatale a tanti campioni dello spettacolo. Non aveva un retroterra professionale di dizione e voce impostata, persa l’occasione al momento giusto non poteva fare teatro e la televisione non era nelle sue corde. Si contentò di vivere ai margini dell’ambiente che amava e non era più il suo, ma del quale, e lui lo sapeva, ne aveva fatto a suo modo la storia. E dire che, a differenza di Arena autodefinitosi “principe fusto” per la passione di frequentare la nobiltà pur non avendone il phisique du rol, Renato era attratto dalla gente di penna e di pensiero, non aveva manie di grandezza, e rimase sempre indelebilmente umile nell’animo. In particolare l’attore, tra i tanti incontri della sua carriera artistica, amava sempre ricordare quando il lavoro sul set lo pose a stretto contatto con il principe Antonio De Curtis: «Quando lavorai con Totò in “I soliti Ignoti” ero ancora molto giovane. Avevo ventiquattro anni e Totò ne aveva cinquantuno. Rimasi immediatamente affascinato dalla sua eccezionale personalità. Non lo avevo mai visto in teatro. Quando fui al suo fianco mi resi conto delle dimensioni del “fenomeno Totò”. Era un personaggio imprevedibile non si faceva condizionare né dalla sceneggiatura né dal regista, e del resto nessun regista avrebbe mai pensato di condizionarlo. Non faceva mai due volte la stessa scena. Improvvisava sempre. Totò aveva il dono di coinvolgere anche gli altri compagni di scena in questo suo continuo gioco creativo. Lavorando con lui, ci sentivamo trascinati, stimolati ad assecondarlo. Io ho avuto la fortuna di lavorare in uno dei migliori film di Totò, diretto da un regista come Monicelli che meglio di molti altri aveva compreso le qualità del grande attore, e con un cast di primo piano. Una fortuna perché tranne qualche eccezione, i film di Totò sono piuttosto scadenti. Insomma ricordo il mio incontro sul set con Totò come una delle mie più importanti esperienze. Ricordo che nei momenti in cui non ero di scena, rimanevo incantato a guardarlo recitare, ogni volta come se fosse la prima».

Parlando di Maurizio Arena dal canto suo, possiamo dire che ad un certo punto ebbe forse solo la colpa di avventurarsi in alcuni scellerati tentativi in proprio, che purtroppo naufragarono miseramente. Su tutti quel Principe fusto, girato in contemporanea con La Dolce Vita di Federico Fellini, che non è neanche un brutto film, ma che inevitabilmente fu offuscato in pieno dalla grandezza impressionante del capolavoro felliniano. Negli anni d’oro ebbe comunque fulgidi momenti di gloria con tante pellicole interessanti e un attenzione mediatica che lo pose tra i “latin lovers” più paparazzati di Via Veneto. Insieme a Walter Chiari, Rossano Brazzi, Vittorio Gassman e Marcello Mastroianni, fu un latin lover vero, millantato, invidiato e ammirato nello stesso tempo. Faccia da simpatico malandrino cui gossip e scandali si appiccicavano addosso, grazie anche ad una certa aria da guascone che lo ha sempre contraddistinto. Certo, probabilmente si può dire che la sua carriera sia rimasta in parte imbrigliata all’interno del perimetro claustrofobico di questo atteggiamento da impenitente latin lover. Fu al centro di tanti flirt, gossip e scandali, tra cui un quasi matrimonio con Anna Maria Pietrangeli (con la quale fu legato sentimentalmente dal 1956 al 1958) ed un amore chiacchierato con la principessa Beatrice di Savoia. Un ragazzo del quartiere popolano della Garbatella, figlio di un muratore e di una casalinga, era arrivato ad ambire alla mano di una delle figlie più illustri di una potente aristocrazia italiana ed europea. Arena divo e sex symbol, si chiamava realmente Maurizio Di Lorenzo e scelse il nome d’arte, con cui tutti lo conosciamo, in omaggio all’attrice Anna Arena, cui fu legato sentimentalmente per qualche anno, nonostante la forte differenza d’età: lei infatti era più anziana di ben 14 anni, cosa che all’epoca, nell’Italia falso moralista di allora, fece parecchio scalpore. Al cinema in quegli anni, è presenza fissa e giovanilmente scanzonata. Racconti romani (1955), di Gianni Franciolini, può essere considerato il primo film davvero importante della sua carriera, tratto dall’omonimo romanzo di Alberto Moravia. Un simpatico spaccato del proletariato romano, quello più umile e squattrinato, che non ha le capacità per salire sul treno del Boom economico del dopoguerra e che si arrangia giocando sporco nella speranza di fare lo stesso fortuna. Il quartetto di protagonisti, giovane, bello e frizzante, composto da Franco Fabrizi, Giancarlo Costa e proprio da Maurizio Arena e da Antonio Cifariello regge bene tutto il film, coadiuvati a turno da attori già affermati come Vittorio De Sica, Totò, Mario Riva, Aldo Giuffré e Mario Carotenuto. Poi vennero Tempo di villeggiatura (1956), di Antonio Racioppi, il trittico dei Poveri ma belli e perfino una curiosissima incursione “western”con Il terrore dell’Oklahoma (1959) che spalancarono all’attore le porte del successo.

Questi erano anni in cui, si stava iniziando ad affermare un particolare sotto genere della commedia all’italiana, destinato a fare epoca. Parliamo della cosiddetta commedia turistico-balneare, che fu presto destinata a rimanere nella memoria collettiva. Tale sotto genere va capito e analizzato con la ritrovata agiatezza della società italiana, che porta l’italiano medio a godere delle vacanze, del mare, delle villeggiature e dello svago estivo. L’Italia vive un Boom economico inarrestabile, il Pil è in vertiginoso aumento, arriva la televisione, nel 1956 Roma si aggiudica per il 1960 l’organizzazione dei XVII Giochi Olimpici, la Dolce Vita romana sta raggiungendo i massimi storici…e il rinnovato benessere fa in modo che i luoghi turistici, balneari per eccellenza vengano presi d’assalto. Perché? Perché ora l’italiano può spendere, perché può godersi i frutti del suo lavoro. Può andare in vacanza senza più sotterfugi. Capri, Ischia, Taormina, Amalfi, la Riviera ligure, la Costa Azzurra, Venezia aspettano gli italiani e aspettano anche il cinema. Nel decennio compreso tra la metà degli anni ’50 e la metà degli anni ’60 l’Italia visse una stagione di crescita economica e di cambiamenti sociali veloci e intensi, e divenne una delle maggiori potenze industriali. Lo sviluppo economico superò addirittura quello demografico (pure evidente) e ciò ebbe come conseguenza un miglioramento diffuso del tenore di vita (i primi apparecchi televisivi, la storica 500). Molti dei film girati in quegli anni testimoniano sia questi cambiamenti, sia le tante contraddizioni ad essi collegate. Quella del film turistico-balneare diventa una vera e propria moda che nel giro di pochi anni arriva a produrre una moltitudine di pellicole del genere. Si trattava di ambientare il film a episodi intrecciati, nelle più importanti località turistiche italiane con il luogo di consueto già pre-annunciato dal titolo. Un piccolo escamotage di produttori e sceneggiatori destinato a fare epoca. L’ovvia conseguenza è che questi film venivano girati in piena estate, facendo aumentare ancora di più il mito dell’Italia della “Dolce Vita”.

Salvatori, Cifariello e Arena vissero in questa breve, ma entusiasmante stagione, i momenti migliori della loro carriera, spesso intrecciando le loro gesta. Ritroviamo infatti Cifariello e Arena insieme in Vacanze a Ischia (1957), per la regia di Mario Camerini; ma anche Cifariello e Salvatori in Promesse di marinaio (1958), girato in una splendida e luminosa Taranto pre-Ilva; o ancora possiamo citare Souvenir d’Italie (1957), di Antonio Pietrangeli, con Cifariello e Isabelle Corey; Avventura a Capri (1958),con Arena, Nino Taranto e Alessandra Panaro; Marinai, donne e guai (1958), ancora con Arena al fianco di Ugo Tognazzi e Raimondo Vianello, girato a La Spezia; Costa Azzurra, con Cifariello, Alberto Sordi e Giovanna Ralli; Brevi amori a Palma de Majorca (1959), sempre con Cifariello; o ancora Classe di ferro (1959) con Salvatori.

Nella dimensione turistica, insomma i tre trovarono la formula migliore per esprimere il loro talento di attori freschi e frizzanti. Piacevano molto ad un pubblico parecchio trasversale, che andava dai matusa, come affettuosamente all’epoca venivano chiamati quelli un po’ in là con gli anni; ai più giovani, che vedevano in loro un modello da seguire.  

Con il passare degli anni, come abbiamo già avuto modo di vedere, soltanto Cifariello riuscì a ritagliarsi un suo spazio duraturo nel mondo dello spettacolo italiano. Forse per una certa compostezza che lo ha sempre contraddistinto anche fuori dal set – cosa alquanto inusuale per uno dei protagonisti più importanti della “Dolce Vita” romana – nonostante i giornali “rosa” insistessero continuamente a parlare del suo tormentato matrimonio con l’attrice Patrizia Della Rovere e in seguito alla loro rottura, anche del rapporto sentimentale che lo unì all’attrice Annie Gorassini. Continuò a ricevere numerose proposte di lavoro da autori di valore come Franciolini, Camerini, Pietrangeli, Bolognini. Tra questi, molto interessanti appaiono almeno due pellicole. La prima porta la firma di Giuseppe Bennati, con La mina (1958) una commedia romantica dai risvolti drammatici, interpretata dall’attore con Elsa Martinelli. Qualcuno parlò di un breve flirt tra i due, mai confermato per davvero, però quel che è certo è che la loro intesa giovò all’efficacia estetica della pellicola. Un film riuscito, uno di quelli ambientati in un’epoca dove per campare bisognava arrangiarsi e accontentarsi di poco, le amicizie erano più genuine, il sentimento più casto. Dramma di ambiente marinaresco con una perfetta visione di un certo stile di vita ormai quasi dimenticato, il film si resse tutto sulle spalle dell’accoppiata composta da Cifariello e dalla Martinelli, ottimi interpreti oltre che belle presenze sceniche. Il secondo film da riscoprire è invece L’amore nasce a Roma, sempre del 1958, per la regia di Mario Amendola. Qui Cifariello è protagonista insieme a Claudio Villa, in una favola dei buoni sentimenti, alla quale contribuisce, la consueta, ma sempre fascinosa cornice di una Roma da cartolina. Una commedia che non è ancora musicarello vero e proprio, nonostante la presenza di Claudio Villa, rimanendo per lo più confinata nei limiti del filone musicale romantico-sentimentale anni ’50. Molto affiatata appare l’accoppiata tra Villa e Cifariello, talmente bizzarra da funzionare oltre ogni più rosea previsione. Curioso l’incipit di partenza, che narra di questi due giovani amici che faticano a trovare fortuna e successo, perché Villa pensa a fare il pittore e Cifariello il cantante, con risultati catastrofici. Quando, per puro caso, i ruoli si invertono, tutto inizia a filare per il verso giusto.

Alternando dunque, la carriera cinematografica, a quella “nuova” che si era ritagliato, come documentarista per la RAI, Cifariello negli anni ’60 sembra aver trovato la chiave per durare. Quei documentari che realizzava in giro per il mondo, come un “Alberto Angela ante-litteram”, a rivederli oggi appaiono davvero interessantissimi: Africa, America del Sud, Asia estrema, ma anche inchieste importanti, ad esempio sull’affollamento delle carceri e sulla mancanza di lavoro nell’Italia del Boom economico. I reportage di Antonio Cifariello, così si chiamavano quei documentari che portavano il mondo “sconosciuto” sul piccolo schermo, ebbero un sonoro successo nella televisione italiana di fine anni ’60. E proprio sul lavoro, lo sfortunato attore trovò triste e tragica morte nei cieli d’Africa a soli 38 anni. Era il 1968 e quel lutto scosse copiosamente l’opinione pubblica dell’epoca.

Alcuni critici e studiosi si sono chiesti se questi tre splendidi attori siano stati uccisi proprio dal quel cinema e da quello spettacolo che amavano follemente. Forse, in parte sì, ma li ha uccisi, quella che Milan Kundera ha battezzato “l’insostenibile leggerezza dell’essere”. Come non pensare a Renato quando si legge (nel romanzo dello scrittore praghese): “…L’ assenza assoluta di un fardello fa sì che l’uomo diventi più leggero dell’aria, prenda il volo verso l’alto, si allontani dalla terra, dall’essere terreno, diventi solo a metà reale e i suoi movimenti siano tanto liberi quanto privi di significato?”. Assorto contemplatore di quei pensieri intelligenti che ammetteva di non capire fino in fondo, Renato Salvatori sarebbe soddisfatto di avere un epitaffio con parole di Kundera. Ma sarebbe ancora più lietamente sorpreso di avvertire, nei discorsi di rito, che qualcosa della sua presenza lieve e corposa, così tipica e irripetibile, resterà. E resteranno questi tre attori, resteranno perché hanno lasciato, ognuno a suo modo, un segno indelebile nella storia del nostro Paese. Una triplice riscoperta sarebbe senz’altro opportuna e di certo meritata, negli abulici tempi che stiamo vivendo, in onore alle loro carriere di primo livello e ad una certa sfortuna che ad un certo punto è sembrata condizionare le loro vite, come in una sorta di tragica, ingiusta, crudele maledizione.


di Domenico Palatella
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