Il regno di Kensuke
La recensione di Il regno di Kensuke, di Neil Boyle e Kirk Hendry, a cura di Nicolò Frasson.
Adattamento del libro di Michael Morpurgo, senza stravolgerlo, ma anche senza migliorarlo a livello di penna. L’aspetto più riuscito è probabilmente la componente visiva. Il film utilizza un’animazione 2D tradizionale disegnata a mano, per la maggior parte del tempo. Scelta ormai rara nel panorama d’animazione. Ma quando vi è una transizione col CGI si avverte il salto. La tecnica non cerca il virtuosismo spettacolare delle grandi produzioni, ma costruisce un’estetica pittorica coerente con il tono contemplativo e sobrio della storia. Tutto ciò a discapito dei personaggi, che sono volutamente macchioline di un concetto ecocentrico e che li vede artefici o vittime del declino della loro stessa specie. Oltre che ovviamente delle altre.
I fondali sono particolarmente curati: la vegetazione tropicale, il mare e i tramonti hanno una ricchezza cromatica. Dal punto di vista dell’animazione pura, non siamo davanti a un film estremamente dinamico. I movimenti sono misurati e l’espressività passa più attraverso la composizione dell’inquadratura e il colore che attraverso una recitazione animata molto elaborata. Piuttosto singolare, quanto sicuramente ricercato, il forte contrasto tra character design relativamente semplice e scenari molto dettagliati. Una scelta che enfatizza la natura come vero protagonista del racconto.
Le inquadrature larghe, talvolta di campi lunghi o medi dell’isola, vengono usate continuamente per mettere in relazione i personaggi con l’ambiente. La natura non è uno sfondo, ma una presenza narrativa. La regia lavora molto sulla distanza: spesso i personaggi occupano una piccola parte dell’inquadratura, sottolineando il senso di isolamento e meraviglia.
Un altro elemento interessante è la gestione dei dialoghi. Poiché Michael e Kensuke parlano lingue diverse, gran parte della comunicazione avviene attraverso immagini, gesti e ritmo visivo. Questo obbliga la regia a raccontare in modo cinematografico anziché affidarsi al dialogico quasi assente.
Come detto in apertura di recensione, si sente lo spazio negativo di una scrittura talvolta troppo didascalica e raffazzonata, sebbene riesca ad essere comunque coerente con il processo di formazione del protagonista e con la tematica dell’iniquità umana nella sua variegata palette. Ma dal midpoint, metà del secondo atto in poi, la ritmica degli eventi lascia più di qualche dubbio. Il suo punto di forza è la coerenza stilistica: ogni elemento tecnico lavora nella stessa direzione, creando un film delicato, contemplativo e visivamente elegante. Non è un’opera rivoluzionaria né particolarmente audace nella scrittura, ma è un esempio di animazione tradizionale realizzata con una sufficiente sensibilità e attenzione al linguaggio cinematografico.
di Nicolò Frasson