Kill Bill: The Whole Bloody Affair

La recensione di Kill Bill: The Whole Bloody Affair, di Quentin Tarantino, a cura di Antonio Quaranta.

A distanza di ben 23 anni dal suo debutto, finalmente Quentin Tarantino fa pace con se stesso, con i suoi produttori d’origine, la MIRAMAX, e col suo pubblico di affezionati ultras cinefili per rimediare a quel disastro almeno artistico e creativo rappresentato per anni da Kill Bill: Volume 1 e Kill Bill: Volume 2. Grazie alla lungimiranza dello stesso regista e dei distributori Plaion Pictures e Midnight Factory, il quarto film di Tarantino torna in sala con un nuovo titolo, Kill Bill: The Whole Bloody Affair, ricucendo un’ingiustizia cinematografica conclamata in questi decenni e riuscendo a compattare due prodotti commerciali in un solo prodotto artistico. Da questa, giusta, operazione, viene fuori un film di 281 minuti (4 ore e 41 minuti) con un montaggio riorganizzato e con l’aggiunta di sequenze inedite: viene ampliato l’intermezzo animato del flashback di O-Ren Ishii, e tolto dalla censura la celebre scena degli 88 folli, finalmente a colore e integrata di sequenze e inquadrature doppiamente splatter assenti nel montaggio “obbligato” della MIRAMAX. Ma la sorprese non finiscono qui; alla fine del film il pubblico ha potuto usufruire di un ulteriore regalo, un ennesimo capitolo animato, un vero e proprio cortometraggio dal titolo The Lost Chapter: Yuki’s Revenge creato col motore grafico Unreal Engine.

Kill Bill per Quentin Tarantino è sempre stato qualcosa di più di un film-evento, perché esso è “semplicemente” la sintesi del suo cinema. Mainstream fino al midollo, violento da essere presuntuoso, ma in particolar modo un perfetto puzzle dei miti che hanno creato il fenomeno Tarantino. Il regista di cult come Pulp Fiction non ci prova nemmeno ad essere un vero autore , così concentrato ad omaggiare ciò che ama a ogni frame e frammento di scene e sequenze.

La tragedia per Aristotele è perfezione dell’imitazione. Non una copia, bensì una raffinata operazione di selezione e di ricomposizione di aspetti già scritti che l’artista deve restituire in una nuova forma senza tradire l’originale. E Tarantino in Kill Bill  ha indubbiamente un atteggiamento iper-aristotelico. Nulla per lui è origine ma tutto è trasformazione, rigenerazione, trafugamento cinematografico. Questa sorta di film-matrioska, nel suo inizio e nella sua fine, raccoglie ogni sfumatura del Quentin cinefilo e del Tarantino emulatore. L’amore orientale per gli yakuza movie con tanto di intermezzo animato diretto da Mahiro Maeda, collega il primo tempo di Kill Bill con la viscerale passione per Sergio Leone e Sergio Corbucci che caratterizzerà un denso periodo del cineasta pulp.

In Kill Bill: The Whole Bloody Affair tutto è estremamente vissuto  come un fumetto che lo spettatore deve scoprire scena dopo scena, lama dopo lama, deserto dopo deserto; abbiamo La Sposa non sposata, Beatrix Kiddo, e il suo percorso di vendetta e libertà nei confronti del padre-padrone, Bill, l’incantatore di serpenti. Ma attenzione: il viaggio di Uma Thurman in Kill Bill non è un viaggio di redenzione. Perché nel cinema di Tarantino nessun personaggio femminile lo è. Nessuna donna nei suoi film è una damigella da salvare. Sono antieroine ribelli, che hanno perso quel potere che sono pronte a riconquistare. La Sposa divenuta cadavere , abusata nell’ospedale e rinchiusa nel sarcofago del deserto della California, deve agire nella vendetta per seminare il panico del suo nome. Un ricordo immobile quasi dimenticato, polveroso in parte, ma che non può essere annientato. Sapientemente Tarantino fa muovere la sua Beatrix come un supereroe a ostacoli, la protagonista di un videogame che deve superare nemici e insidie per passare di livello. Ma siamo pur sempre nella logica del padre del pulp e ciò vuol dire passare in rassegna la storia del cinema e il b movie asiatico-europeo, facendo muovere Uma Thurman tra rifacimenti di Cinque dita di violenza di Chang-hwa Jeong e rimodulazioni di sequenze tratte dalla Trilogia del dollaro di Sergio Leone.

Come è abbastanza evidente da notare, tutta quanta la struttura del film, nella sua forma capitolare e antinarrativa, viene mossa dalla forza concentrica e motrice del concetto di violenza. Tarantino usa la metafora della foresta per descrivere la vendetta in cui non vi sono linee dritte e dove è facile perdersi. E a suo modo è violentemente romantico quando fa dire al personaggio di Bill parole sincere e sentimentali nei confronti della Sposa : “Ci sono delle conseguenze quando spezzi il cuore ad un assassino bastardo”. Quindi i personaggi di Kill Bill riconoscono di essere crudeli spietati ma anche dettati da una moralità del cuore, brutale magari nella forma ma precisa sulla scala valoriale di ciò che sentono. Le due caratterizzazioni oppositive dell’opera, eroina contro villain, e nemesi del film, sono talmente scritte come agitatori ed esecutori di violenza da apparire doppiamente ambigui nella propria realtà e irrealtà, vicini e lontani dallo spettatore. Proprio come un fumetto che è nella pagina e da lì non si muove.

Nel suo meccanismo serializzato, la scrittura di Tarantino appare in continua ripetizione: l’alterego di Uma Thurman nella maggior parte del suo viaggio è sporca di sangue, senza forze, e poi nell’inquadratura successiva restituita alla vita, all’azione del film. E mentre il film continua a serializzare la vendetta iper violenta, prima con la sua derivazione asiatica e poi con la caccia in salsa western duellando con Elle e Budd, il film alla fine non può che perdere la sua ripetizione dell’azione in favore della chiusura emotiva de La Sposa; il ricongiungimento con la figlia dopo aver “punito”  Bill modifica la violenza in un lieto fine materno, trasformando l’opera di Tarantino in un viaggio femminista divenuto ormai classico nel nostro cinema post moderno.

Kill Bill: The Whole Bloody Affair, finalmente, ricucisce la terribile ferito inferta dalla MIRAMAX a Quentin Tarantino e al suo pubblico. Riportando in sala un’opera che è di fatto un vero e proprio glossario del cinema tarantiniano e il film di genere millennial per definizione.


di Antonio Quaranta
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