28 anni dopo – Il tempio delle ossa

La recensione di 28 anni dopo - Il tempio delle ossa, di Nia DaCosta, a cura di Roberto Baldassarre.

È necessario cominciare dalle ultime scene, che ci svelano con ironico stupore, come accade canonicamente in coda a ogni film Marvel, l’apparizione di un noto personaggio/attore. Iconica comparsa che ci avvisa che ci sarà anche un quinto capitolo per questa saga zombesca che quasi sicuramente diverrà un franchise. Ma le ultime scene mostrano anche la peculiarità di questa narrazione horror: la sterminata brughiera inglese che pullula di zombi e di quei pochi umani che si ritrovano a dover scappare per salvarsi. 28 anni dopo – Il tempio delle ossa (28 Years Later: The Bone Temple, 2026) di Nia DaCosta esce a stretto giro dopo 28 anni dopo (28 Years Later, 2025) di Danny Boyle, rispetto al lunghissimo lasso di tempo intercorso con 28 settimane dopo (28 Weeks Later, 2007) di Juan Carlos Fresnadillo. Sempre sceneggiato da Alex Garland, vero autore di questa saga (a esclusione del terzo capitolo), il film della DaCosta è un film ponte, non soltanto una parte 2 con il film di Boyle ma un’apertura verso altre avventure, come si potrebbe intendere con l’apparizione della giovane partoriente in fuga, il già citato personaggio finale o l’evoluzione dello zombie Alpha.

E vi è anche un ampliamento descrittivo dei personaggi presenti, collateralmente, nel terzo capitolo, in questo caso il Dr. Ian Kelson (Ralph Fiennes), Jimmy Crystal (Jack O’Connell), e il già menzionato Alpha Samson (Chi Lewis Parry). Si lascia però maggiormente in disparte l’aspetto politico, beffardamente e prepotentemente sottotraccia in 28 anni dopo, per pigiare di più sullo humour e l’aspetto fumettistico. La stilettata socio-politica si palesa soltanto nel dittatoriale Jimmy, che vuole tutti a sua immagine e somiglianza, oppure nei ricordi di Kelson, attraverso i sui nostalgici gusti musicali in cui prevalgono i Duran Duran, emblema di quel Glam Pop che spopolava le classifiche britanniche (e non solo) con canzoni dal sound avvincente ma avulse dalla realtà thatcheriana.

E questo glam(our) si riscontra nella resa finale del film della DaCosta e lo script di Garland. Il tempio delle ossa punta più sull’accattivante, tra un montaggio cool e scene che dovrebbero divenire cult (l’amorevole rapporto, quasi padre-figlio, tra Alpha Samson e Kelson o tra Jimmy e Kelson, in cui si ripesca un’altra hit – formidabile – degli anni Ottanta). Si mette in disparte il Coming of Age di Spike, che resta comunque l’osservatore primario di questi umani divenuti più bestie degli zombie, e si propende per lo scandaglio dei sentimenti umani, in questo caso proprio attraverso i ricordi o i dubbi morali/umani che sorgono a Jimmy Ink (Erin Kellyman). Questo quarto capitolo, che comunque assolve il suo compito di spettacolo, conferma altresì la mancanza della tagliente regia di Danny Boyle, che sapeva dare preponderante consistenza allo script di Garland. La DaCosta, che si è lasciata alle spalle il più personale – però mal accolto – Hedda (2025), è una professionale esecutrice, non a caso non ha collaborato alla sceneggiatura, rispetto ai seguiti di Candyman (2021) o The Marvels (2023).


di Roberto Baldassarre
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