Principessa Mononoke

La recensione di Principessa Mononoke di Hayao Miyazaki, a cura di Matilde Migliosi.

Dal 4 al 10 giugno torna nelle sale con Lucky Red il film Principessa Mononoke di Hayao Miyazaki in versione restaurata in 4K e con un inedito doppiaggio, realizzato dalla stessa squadra de Il ragazzo e l’airone, che abbandona le storiche strutture linguistiche di Gualtiero Cannarsi.

Nonostante il titolo, il vero motore della storia è il personaggio di Ashitaka, principe guerriero colpito da una maledizione per aver ucciso un cinghiale posseduto dallo spirito dell’odio, e costretto a partire alla ricerca dell’antidoto. Lungo il cammino, si imbatte in San, una ragazza ribelle cresciuta dai lupi nella foresta e che disprezza gli esseri umani, e nella signora Eboshi, capo della Città del Ferro dove i reietti estraggono i materiali dalla montagna per costruire le armi necessarie per proteggersi dai samurai. Il giovane finisce coinvolto nel conflitto fra le due donne. In questo contesto storico, non si scontrano i buoni e i cattivi, ma due diversi obiettivi del bene, in grado di riprodurre le incongruenze e i desideri della nostra stessa società.

L’opera, considerata da molti la più completa dell’autore giapponese, uscì al cinema per la prima volta nel 1997 e segnò l’ingresso ufficiale dello Studio Ghibli nel mercato internazionale, anticipando così l’Oscar come miglior film d’animazione a quello de La città incantata nel 2003.

All’opposto c’è chi la considera come il film il più violento di Miyazaki, e perciò adatto a un pubblico adulto. A costoro lo stesso regista ha risposto che anche i più piccoli avrebbero potuto cogliere l’autentico significato della pellicola, e forse anche qualcosa di più. Non vi è dubbio che l’opera condensi perfettamente i temi cari alla filmografia dell’autore giapponese, come il protagonismo femminile e la salvaguardia della natura, sempre presenti sono anche gli sfondi ad acquarello e le rigidissime palette di colori, regole stilistiche impossibili da infrangere. Il grande successo del film e il motivo per cui merita di essere riscoperto in sala, derivano dal fatto che qui la violenza non è mai gratuita, e non sono centrali l’odio e il rancore, bensì la cura e la guarigione, necessarie per raggiungere il vero obiettivo.


di Matilde Migliosi
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