La piccola Amélie

Le recensioni di La piccola Amélie, di Liane-Cho Han Jin Kuang e Mailys Vallade, a cura di Guido Reverdito e Carmen Albergo.

La recensione
di Guido Reverdito

La piccola Amélie è un film d’animazione delicato e sorprendente, capace di trasformare l’infanzia in un territorio narrativo assoluto, carico di senso e di emozioni. Tratto dal bestseller autobiografico Metafisica dei tubi di Amélie Nothomb, il film diretto da Maïlys Vallade e Liane-Cho Han non cerca una trasposizione letterale, ma sceglie una via più sensibile e cinematografica, aderendo allo sguardo percettivo della protagonista nei suoi primi tre anni di vita.

La storia segue Amélie, bambina belga nata e cresciuta in Giappone, che nei primi anni osserva il mondo in silenzio, immobile, come se fosse una divinità distaccata dalla realtà. Il risveglio del corpo e della coscienza avviene in modo improvviso e simbolico a seguito di un sisma, aprendo la strada a una serie di esperienze che hanno il sapore della scoperta assoluta: il cibo, l’acqua, la pioggia, il linguaggio. Centrale è il legame con Nishio-san, la tata nipponica che accompagna Amélie in questo percorso sensoriale ed emotivo, incarnando una figura di cura profonda e silenziosa che a poco a poco si va a sostituire ai genitori biologici nella sua gerarchia di affetti.

Il film sceglie il passo lento dell’osservazione, soffermandosi sui gesti minimi e sulle sensazioni, restituendo un’idea di infanzia lontana da ogni idealizzazione: non ingenua, ma radicale. In questo universo non esistono mezze misure, e ogni esperienza è vissuta come definitiva. Quando, intorno ai tre anni, il già menzionato evento traumatico interrompe questa dimensione edenica, la perdita assume un valore fondativo: crescere significa imparare il limite, accettare la separazione, rinunciare all’illusione dell’eternità.

Dal punto di vista visivo, La piccola Amélie costruisce un mondo coerente con la percezione della protagonista. L’animazione privilegia forme arrotondate, colori saturi e una costante oscillazione tra realismo e astrazione. Il Giappone ricostruito non è quello documentaristico, ma quello filtrato dalla memoria e dall’emozione. Le influenze del cinema d’animazione giapponese sono riconoscibili, così come la scelta simbolica di associare colori e movimenti ai personaggi, sottolineando differenze culturali e affettive senza didascalismi.

Anche la componente sonora accompagna con discrezione il racconto, alternando musiche originali a brani eterogenei che rafforzano il tono sospeso e malinconico del film. Il risultato è un’opera che rifiuta l’intrattenimento facile e sceglie una narrazione intima, contemplativa, spesso più rivolta agli adulti che ai bambini.

La piccola Amélie – oltre che un prodotto di elevata qualità complessiva che ha già fatto l’en-plein di partecipazioni in festival internazionali di lusso (basti ricordare l’esordio a Cannes seguito da Annecy e Toronto) – è di per se stesso una recensione dell’infanzia: un tempo in cui tutto è percepito con intensità portata alle estreme conseguenze, prima che il mondo si organizzi in categorie e gerarchie prestabilite dall’uso. Un film che invita a ricordare cosa significhi sentire senza filtri, e che conferma l’animazione come uno dei linguaggi più efficaci per raccontare la sostenibile leggerezza dell’essere piccoli.

La recensione
di Carmen Albergo

“La differenza tra un occhio con uno sguardo e un occhio senza sguardo è la vita”.

La vita che è necessariamente la relazione di tensione e desiderio tra chi guarda e chi è guardato, chi smette di guadare, chi non si fa vedere e che sicuramente cresce solo se sognata nella dimensione dell’innamoramento – riconoscimento a prima vista tra affinità elettive, precedenti alla vita stessa, nonostante la crudezza della vita stessa. Con questa consapevolezza antropologica e cinematografica, La piccola Amélie, protagonista del best seller biografico Metafisica dei tubi della scrittrice belga Amélie Nothomb, debutta sul grande schermo, distribuita da Lucky Red e candidata ai Golden Globe.

Nel tripudio di colori dell’animazione d’esordio di Liane-Cho Han Jin Kuang e Mailys Vallade, la piccola dai luminescenti occhioni verdi, abbraccerà la vita per ben 3 volte, tra squarci di luce mistica, fitte di sole e fluttuante pulviscolo, fiumi di lanterne galleggianti, perché come lei stessa ammette “a 3 anni si nota tutto e non si capisce niente”, ma è facilissimo scoprirsi in un “Bello Mondo”, come titola la poesia di Mariangela Gualtieri, con cui tra i tanti doni della vita, ringraziamo, ancora nell’ora più buia della Storia, anche nel luogo più straziato del pianeta, per i bambini “nostre divinità domestiche”. Il miracolo, si suol dire, di un “Dio che non si è ancora stancato dell’umanità” e forse, non perché come da principio crede questa nuova piccola Amélie (quanto mai affine alla sua omonima Poulain bambina del cult di Jeunet, chiusa nella sua salvifica bolla di fantasticherie, incompresa dallo sguardo smarrito genitoriale, affetto dalla “malattia del trattenersi”) sia un Dio-Tubo, in cui tutto passa indistintamente, perché impassibile nella sua onnipotenza e perfezione, piuttosto proprio come le sue creature, trattasi di un Dio sperimentatore che “capace di tutto, mette il suo tutto al servizio del continuo stupore”, proprio e altrui, nel bene e nel male, anche a rischio di scoprire il fianco alla miseria di farsi uomo.

In questo universo di continue domande illuminanti, ipotesi e riflessioni lapidarie, si animano i primi anni di vita della piccola Amélie, ultima arrivata nella famiglia di un diplomatico belga di stanza in Giappone. Gli anni di ricordi-cicatrici che concepiscono i possibili tracciati adulti. Dopo i primi due di diffidente e tacita osservazione, Amélie radica la sua concretezza nelle origini europee della famiglia natale, ovvero nel deflagrante cioccolato bianco offertole dalla nonna e al contempo eleva la sua spiritualità nell’ideogramma giapponese che raffigura l’etimo del suo nome “pioggia”, come mostratole dalla sua tata Nishio-san. Tanto la nonna, saggia edonista, quanto Nishio-san, custode della tradizione animista, sono le sentinelle della piccola Amélie, perché per l’appunto ne avvistano e riconoscono con chiarezza l’incontenibile sete di conoscenza e la necessaria disubbidienza critica e le restituiscono con il loro “sguardo – guida” estensioni e ponti per addentrarsi nel suo “piccolo” mondo e in sé stessa, nella propria unicità. Perché a sua volta Amelie ha confortato in loro la medesima anima-bambina che entrambe sono state. Sfrecciando nel caleidoscopico giardino (proprio come sfreccia Ponyo sulle onde occhiute del maestro Miyazaki, cui non solo l’ambientazione nipponica, ma soprattutto l’animazione come opera pluri-generazionale, fa tributo) Amélie passerà al vaglio tutti gli sguardi che plasmano la realtà dinanzi a se: il simbolismo sociale delle carpe, metafora di mascolinità, cui non ravvisa un corrispettivo femminile; la durezza della impenetrabile vicina di casa, incarnazione della sofferenza implosa di un popolo all’indomani della storia inflitta e riscritta dai vincitori del secondo conflitto mondiale.    

Cosi anche il doloroso racconto della morte, anello di congiunzione dell’esistenza, s’insinua nella percezione mnestico-sensoriale della protagonista nella traslazione marziale della cottura della zuppa, al pari della vita che sboccia nell’effetto energizzante del cioccolato.

Nella stratificazione del racconto Amelie, ci offre a sua volta un euforico e variopinto sguardo sulla realtà fenomenica. E se come sosteneva Antonioni, genio del “neorealismo dell’anima”, “l’attendibilità della realtà è un rapporto”, sarà come scopre la piccola Amélie, necessariamente la relazione tra sguardi generativi, tra chi guarda e chi è guardato, chi smette di guadare, chi non si fa vedere …che cresce solo se sognata…  


di Guido Reverdito e Carmen Albergo
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di Guido Reverdito e Carmen Albergo
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