Albatross
La recensione di Albatross, di Giulio Base, a cura di Marco Lombardi.
“Fascisti, carogne, tornate nelle fogne!”, urlano dei ragazzi di sinistra prima di tuffarsi, con aria minacciosa, dentro un analogo gruppo di altri ragazzi, solo vestiti un po’ diversamente. È allora che a queste urla s’intreccia un brano, Hit the Ground Running di Oliver & the Spectacles, che trasforma quell’assalto violento in una specie di abbraccio, come se si trattasse di un innocente gioco fra bambini. La storia di quegli anni, in effetti, di violenza vera ne ha regalata tanta, ma da entrambe le parti, ed è per questo che l’incipit di Albatross cerca di reinterpretarla in ottica riconciliativa, che è l’unica cosa che possiamo e dovremmo fare, in questo periodo di guerre globali.
La scena in cui Almerigo Grilz, capo del Fronte della gioventù, aiuta il suo alter ego di sinistra a scappare dagli attacchi della polizia (nel film si chiama Vito Ferrari, ma corrisponde a Toni Capuozzo, ex militante di Lotta Continua), appare come un eccessivo barriccamento della storia, ma poi Base cerca di requilibrarlo a fine film interpretando un giornalista di sinistra che, ricordando gli episodi di violenza di cui Grilz fu protagonista, si oppone alla targa commemorativa che il Consiglio dell’Ordine dei Giornalisti del Friuli Venezia-Giulia gli voleva dedicare per essere morto come reporter di guerra in Mozambico. Pochi anni prima, infatti, Grilz aveva fondato un’agenzia stampa, la Albatross, con l’intento di documentare in maniera più libera (ecco il perché del nome), e dal di dentro, le tante guerre sparse per il mondo che non venivano neanche citate, oppure seguivano dei racconti condizionati dalla politica del momento (Afghanistan, Angola, , Birmania, Cambogia, Libano, Thailandia).
Può sembrare un altro arrotondamento, fra il melò e il democristiano, la storia della fidanzata di Grilz che poi diventa la moglie di Ferrari, ma in questo caso tutti gli oppositori ideologici del film non diano la colpa a Base, perché il fatto corrisponde a verità: se proprio dobbiamo dare la colpa a qualcuno, scarichiamola sulla “storia delle contrapposizioni” perché è il padre di lei, Monica, ad averle impedito di frequentare uno che era stato accusato di avere partecipato a quella macchia indelebile che si chiama strage di Bologna, pur essendo stato poi assolto. Lo stesso dicasi della barba sempre a postino che il Grilz ha nei suoi reportage: guardate le immagini di repertorio, che appaiono sui titoli di coda, e vedrete che di fatto Almerigo non aveva rinunciato a essere ordinato nei vari teatri di guerra, prima di essere ucciso per errore in Mozambico, da un proiettile vagante.
Ci rimane Giancarlo Giannini, nei panni del giornalista Vito Ferrario divenuto anziano: la sua interpretazione è fra le migliori di sempre per asciuttezza, rigore e credibilità nel riproporci una sua tristezza di fondo, che poi è la tristezza di un paese che non è ancora uscito da alcune logiche di guerra civile a tutti i costi.

di Marco Lombardi