Persepolis
La recensione di Persepolis, di Marjane Satrapi e Vincent Paronnaud, a cura di Francesco Maggiore.
Con la tragica e recente scomparsa di Marjane Satrapi, la sua prima e rivoluzionaria opera, Persepolis, si carica di un nuovo e urgente significato. La perdita della fumettista e regista francese-iraniana rappresenta un vuoto incolmabile nel panorama culturale internazionale. Rileggere con occhi diversi la sua prima opera, non è solo un esercizio di memoria cinematografica, ma un atto di assoluta resistenza civile. Quasi 20 anni dopo il Premio della Giuria a Cannes, il capolavoro d’animazione di Satrapi (co-diretto con Vincent Paronnaud) si rivela per ciò che è sempre stato: non una fotografia del passato, ma una bussola per comprendere il presente. Un brivido di dolorosa epifania attraversa l’animo umano nel guardare Persepolis oggi, con le immagini delle attuali e feroci repressioni in Iran, con le ingerenze dell’ Occidente. Le piazze di Teheran raccontate da Satrapi, l’imposizione del velo, la polizia morale che scruta i corpi e i comportamenti delle donne, sono le stesse realtà contro cui si batte oggi la generazione di Donna, Vita, Libertà. Il film si inserisce con una potenza devastante nella narrazione del conflitto interno iraniano: una guerra silenziosa ma spietata che il regime teocratico muove da decenni contro il suo stesso popolo, e in particolare contro le donne. La “Marji” bambina e poi adolescente, che nasconde i capelli sotto un velo troppo stretto ma non rinuncia a comprare i nastri degli Iron Maiden al mercato nero, è la madre spirituale delle ragazze che oggi sfidano i proiettili nelle strade di Teheran. Satrapi ha saputo profetizzare la natura di questo scontro: non una guerra geopolitica astratta, ma un conflitto intimo, quotidiano, dove il campo di battaglia è la libertà individuale. Il merito più grande di Marjane Satrapi è stato quello di aver scardinato la retorica del dolore. In Persepolis, la tragedia della guerra Iran-Iraq e la claustrofobia della dittatura non vengono mai trattate con patetismo, ma con una lucidità drammaturgica straordinaria. Infatti Satrapi è stata una fine sceneggiatrice della realtà. Ha compreso che per rendere universale il dramma di un popolo era necessario passare dall’elemento particolare: il rossetto messo di nascosto, i balli clandestini, i rimproveri della nonna. Proprio quest’ ultima è stata figura monumentale di saggezza e integrità morale nella sua vita. Nei cromatismi della pellicola, il bianco e nero così netto, quasi espressionista, non era una scelta di sottrazione, ma di focalizzazione. Eliminando il colore, Satrapi ha eliminato il “rumore di fondo” dell’esotismo mediorientale, costringendo lo spettatore occidentale a immedesimarsi totalmente. La sua scrittura cinematografica ha dimostrato che l’autobiografia può farsi Storia, e che l’ironia è l’arma più affilata contro il fanatismo. Marjane Satrapi ci ha lasciati a 56 anni, consumata da quel dolore profondo che chi ha vissuto l’esilio conosce bene: la nostalgia di una terra che ami ma in cui non puoi tornare, unita alla recente perdita del compagno di vita Mattias Ripa. Ma la sua scomparsa non mette fine al viaggio di Persepolis. Oggi, mentre l’Iran combatte sia internamente che esternamente per il proprio futuro, il film della Satrapi rimane un poetico monumento alla verità. Ci ricorda che dietro i numeri delle vittime e le analisi geopolitiche, ci sono individui che desiderano solo cantare, amare e camminare a testa alta. Omaggiare Marjane Satrapi oggi significa continuare a guardare il mondo con i suoi occhi: senza fare sconti al potere, senza perdere l’ironia e, soprattutto, senza smettere mai di pretendere la libertà.
di Francesco Maggiore