Presence
La recensione di Presence, di Steven Soderbergh, designato Film della Critica dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani – SNCCI.
Presence, di Steven Soderbergh, distribuito da Lucky Red e in uscita il 24 luglio 2025 è stato designato Film della Critica dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani – SNCCI con la seguente motivazione:
Presence potrebbe sembrare un esercizio di stile: un thriller giocato sulla soggettiva e il piano sequenza, sull’idea di un unico punto di vista misterioso, e sulla fluidità dei movimenti di macchina. Ma, al di là della innegabile maestria di Soderbergh, il film è anche uno straordinario lavoro sui confini labili tra i piani temporali, tra presenza e assenza, visibile e invisibile, in una teorica identità dello sguardo. Cioè, l’essenza del cinema. Fino a suggerire un’altra inquieta prospettiva: e se i veri fantasmi fossimo “noi che guardiamo”?

La recensione
di Michela Manente
Una presenza si aggira in una casa. Una presenza che non ha ancora un nome, forse un fantasma, di certo un essere non umano, soprannaturale. La famiglia Payne composta da mamma e papà con due figli adolescenti va ad abitare nella nuova casa, confermata subito dopo averla vista perché in una zona suburbana in una cittadina del New Jersey, vicino al college e alla piscina. Inizia così l’ultimo film di Steven Soderbergh, Presence, girato nel 2023 a basso costo e uscito due anni dopo in Italia.
Da poco nella cittadina erano accadute le morti di due giovani ragazze archiviate senza troppi chiarimenti, forse causate dall’uso eccessivo di sostanze. Fratello e sorella non sono uguali tra loro e impari è la relazione con i genitori: lui, Tyler (Eddy Maday), sportivo, un campione del nuoto, adorato dalla madre (Lucy Liu); lei, Chloe (Callina Liang), introversa e in difficoltà, ancora sconvolta dalla perdita della compagna. La presenza si fa sentire soprattutto dalla giovane ragazza che è la meno spaventata, avendola percepita per prima, anche dopo che la notizia si è diffusa in famiglia. La cinepresa si muove in soggettiva (una citazione di quella magistrale di Halloween – La notte delle streghe di John Carpenter?) per tutta la durata del film ed è la causa del dramma sulla scena, quest’ultima caratterizzata dall’unità di luogo (la villetta che nella realtà è una dimora con un centinaio d’anni) e parzialmente di tempo con una sequenza cronologica che segue il trascorrere dei giorni, durante i quali la scena si riempie di nuovi protagonisti: l’amico del figlio, dall’apparenza sinistra, interessato alla sorella, le telefonate dei coniugi con altre persone per capire i sotterfugi e se la coppia è davvero giunta alla fine del loro matrimonio, la medium, e il marito “manager”, chiamata per scoprire chi è la presenza nella casa.
Il film si trasforma in un thriller psicologico, in un dramma della non presenza dove tutto ciò che si dice alla fine accade fino all’epilogo che salva i più fragili ma non risparmia altri. Soderbergh dopo ampi progetti internazionali e più di trenta film, gira la pellicola senza chiedere troppo, soprattutto ai produttori, con una macchina digitale a mano seguendo i protagonisti nelle loro stanze, su e giù per le scale della villetta e buttando qualche volta “un occhio” fuori dalle finestre. Quando gli oggetti cadono o vengono spostati la macchina traballa rendendo mossa la scena in sovrimpressione per provocare nello spettatore un senso di suspense, che alla fine è la medesima paura dell’inconosciuto dei protagonisti. I personaggi sono nel complesso ben delineati ma in alcuni momenti statici e ripetitivi con dialoghi poco accattivanti e densi di cliché; inoltre appare troppo scontata la scelta della causa del male: o la realtà sociale contemporanea dei giovani americani è davvero così superficiale o la scrittura del film con la soggettiva rischia di banalizzare la narrazione (la sceneggiatura è di David Koepp, che con Soderbergh ha collaborato anche al recente Black Bag – Doppio gioco).
Una maggiore capitalizzazione nelle riprese e nella delineazione delle relazioni familiari e amicali, non sufficientemente problematizzate, avrebbe reso questo thriller – mai pauroso – un horror d’effetto. Azzeccata la location che risulta sufficientemente soffocante e con un chiaro riferimento allo status sociale della famiglia, fondamentale per comprendere gli eventi. In conclusione il punto di accesso al film, che sembrerebbe affidarsi alla relazione presenza-assenza e puntare al ribaltamento “forse loro siamo noi” come in The Others di Alejandro Amenábar. è da trovarsi nella crisi della società americana e della famiglia. Suggerito anche ai non amanti del genere horror.
di Michela Manente