Disclosure Day

La recensione di Disclosure Day, di Steven Spielberg, a cura di Nicolò Frasson.

Lo zio è tornato. E stavolta ha portato un regalo decisamente più ingombrante di quelli degli ultimi anni. Era dai tempi di Schindler’s List che Spielberg non affrontava un argomento così serio con un approccio altrettanto serio. E, in alcuni passaggi, questa ambizione si sente tutta.

Disclosure Day è un film che guarda al cielo per parlare di noi: della paura dell’ignoto, del bisogno di credere, della verità e di come l’umanità reagirebbe se, all’improvviso, ottenesse tutte le risposte che cerca da sempre. Funziona all’inizio. Funziona moltissimo alla fine. Nel mezzo, invece, qualcosa scricchiola. Alcune svolte narrative e qualche concessione allo spettacolo incrinano a tratti quel delicato patto d’incredulità che il film costruisce con lo spettatore. È forse il lato più “spielberghiano” dell’opera, quello che ogni tanto prende il sopravvento sulla sua componente più adulta. Ci sono echi di Ready Player One nell’elemento da thriller cospirativo, fughe rocambolesche e stealth, ma anche richiami evidenti a Jurassic Park, soprattutto nella scena del dirupo, e a tutta quella filmografia che ha fatto della meraviglia il suo marchio di fabbrica.

Spielberg dirige con una sicurezza che pochi possono permettersi. Ogni inquadratura sembra ricordarci perché il blockbuster resiste. Ad aiutarlo, c’è una squadra degna di nota: oltre a Colin Firth, Colman Domingo, Wyatt Russell e Josh O’Connor, chi ruba la scena è Emily Blunt. Ormai attrice di prima fascia, è matura e consapevole dei propri mezzi, probabilmente il cuore emotivo del film. Infine l’amico di vecchia data John Williams accompagna la narrazione con una colonna sonora che sa essere epica, malinconica e intima allo stesso tempo.

Alcune sequenze sono da manuale di regia, soprattutto quella finale. La transizione dell’ultima scena con il cervo è puro cinema: un gesto semplice, elegante, capace di racchiudere il senso dell’intero film. Da studiare nelle scuole di cinema. Disclosure Day non è perfetto. A volte è persino troppo Spielberghiano per il proprio bene. Ma quando decide di colpire, lo fa con la forza di un autore che dà del “tu” al cinema. A quasi cinquant’anni da Incontri ravvicinati del terzo tipo, continua a interrogarsi sugli stessi misteri fondamentali: chi siamo, cosa crediamo e come reagiremmo se scoprissimo di non essere soli. Ma non solo. Si spinge velatamente a darci una sua versione riguardo alle nostre origini, sul senso della religione, sul nostro potenziale inespresso.

Un film godibile, un grande spettacolo cinematografico e, soprattutto, un film profondamente spielberghiano. Con una tematica antica quanto l’umanità stessa, affrontata da un punto di vista condivisibile e raccontata con quella capacità di emozionare e far riflettere che appartiene soltanto ai grandi maestri.


di Nicolò Frasson
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