Smart Working
La recensione di Smart Working, di Svevo Moltrasio, a cura di Guido Reverdito.
Torino, ai giorni nostri. Giuliano e Laura vivono un momento di transizione: lui lavora da remoto da diverso tempo, lei aspetta il secondo figlio e coltiva in segreto l’ambizione di diventare scrittrice, sotto lo sguardo esigente di una madre che non perde occasione di ricordarglielo. C’è anche una casa da vendere e una più grande da trovare. Quando però l’azienda minaccia di abolire lo smart working per via della produttività sempre più in calo, Giuliano decide di intervenire in prima persona, trascinando i colleghi – uno dopo l’altro – direttamente tra le pareti domestiche. L’invasione è capitanata da Stefano, amico ingombrante e fuori posto, e da Gianni, tecnico informatico in pensione dalla logica sconcertante. Nel frattempo, la coppia di amici Ilaria e Federico, legati al mondo dell’editoria, propongono a Laura un aiuto che si rivelerà tutt’altro che limpido: firmare con il proprio nome un romanzo scritto da qualcun altro.
Seconda opera di Svevo Moltrasio – noto al grande pubblico per la web serie Ritals, cronaca comica della sua vita da espatriato a Parigi – Smart Working è un film che rischia di essere catalogato in fretta e male. Il retroterra digitale del suo autore può infatti indurre a leggerlo come un prodotto figlio dell’èra in cui viviamo e quindi erroneamente come una sorta di instant movie da dimenticare in fretta e furia. La scelta di evitare quasi ossessivamente il campo-controcampo in favore della continuità di ripresa richiama semmai certe atmosfere alleniane (l’Allen nervoso e sincopato di Mariti e mogli) più che la velocità di produzione tipica del web. C’è poi un dettaglio quasi subliminale che dice molto sull’autore: quando Stefano corre dietro al carro attrezzi che porta via la sua macchina urlando il nome del conducente, Moltrasio cita – con discrezione ed evitando sottolineature eccessive – la scena più straziante di Roma città aperta. Un gesto minimo ma rivelatore, che situa il film in una tradizione cinematografica precisa, ben al di là del suo punto di partenza digitale.
Ciò che funziona meglio in Smart Working è di certo la scrittura: gli incastri narrativi sono solidi, il ritmo è sostenuto, e i robusti temi trattati (dalla spersonalizzazione del lavoro alla perdita dello spirito di comunità, dal furto d’identità creativa alla precarietà come orizzonte esistenziale) vengono affrontati con leggerezza e consapevolezza, senza mai urlare. I dialoghi sono la chiave della riuscita: sono loro a tenere in equilibrio una storia che scivola gradualmente verso il grottesco, verso un accumulo surreale che evoca – in scala ridotta e si parva licet componere magnis – certe spirali care a Buñuel.
Il cast è eterogeneo ma gestito con grande sapienza. Maccio Capatonda (qui molto misurato e quasi mai in eccesso) costruisce Giuliano per sottrazione, con una pazienza e una monotonia crescente che sfocia nell’allucinatorio. Sara Lazzaro riprende nei panni di Laura quella caratterizzazione nervosa e insicura già vista in Call My Agent – Italia, funzionale alla sottotrama sul riconoscimento artistico. Giulia Bolatti è particolarmente efficace nel ruolo di Ilaria, mentre Alessandro Tiberi porta al personaggio di Federico la disinvoltura già collaudata ai tempi di Boris. Moltrasio stesso interpreta Stefano con precisione comica, centrando la romanità irresponsabile di un personaggio fuori luogo ma necessario, capace di scuotere l’immobilismo di Giuliano. Il vertice assoluto è però un sorprendente e ritrovato Maurizio Nichetti, che nel ruolo di Gianni raggiunge un registro surreale difficile da eguagliare: ogni sua soluzione, per quanto penalizzante, viene presentata con la logica impeccabile di chi non ha mai avuto dubbi.
Smart Working non è però di certo un prodotto privo di difetti: alcuni passaggi risultano meno fluidi, certe coloriture di sceneggiatura tradiscono inevitabili incertezze, e l’eredità della webserie si avverte nei momenti in cui la regia fatica a smarcarsi da una modalità più televisiva che cinematografica. Ma sono sbavature che non intaccano la sostanza di un lavoro che si distingue dalla gran parte della commedia italiana di questi tempi tanto per tono, quanto per scelte di stile. Rispetto all’esordio autoprodotto de Gli ospiti, questa prova seconda di Moltrasio può contare su una produzione più strutturata, e il suo autore sembra consapevole dell’opportunità offertagli alzando il livello di ambizione senza tradire le proprie qualità.
di Guido Reverdito