L’amore che non muore
La recensione di L'amore che non muore, di Gilles Lellouche, a cura di Guido Reverdito.
Per chi frequenta il cinema transalpino con una certa assiduità, il nome di Gilles Lellouche fa di solito venire in mente la faccia di un attore con ormai alle spalle un quarto di secolo di carriera che gli ha regalato anche grossi successi di pubblico e botteghino. Basti pensare a Ma vie en l’air, Nemico pubblico N. 1 – L’istinto di morte, ma soprattutto a Piccole bugie tra amici, spassosa commedia diretta dal sodale e frequente collaboratore Guillaume Canet. A essere però precisi, il suo rapporto col cinema era iniziato dall’altra parte della cinepresa: folgorato sulla strada di Damasco dopo aver visto L’odio nel lontano1996, insieme al regista Tristan Aurouet aveva diretto un cortometraggio intitolato 2 minutes 36 de bonheur su tematiche contigue al capolavoro di Mathieu Kassovitz. Nel 2012 era poi arrivata la grande occasione di passare al lungometraggio, dirigendo uno degli episodi del grande successo Gli infedeli, per poi approdare alla regia in proprio (oltre che alla sceneggiatura) con 7 uomini a mollo, bizzarra commedia sul nuoto sincronizzato e la depressione che nel 2018 era stato in Francia il terzo film più visto della stagione.
E proprio in quegli stessi anni l’amico belga Benoît Poelvoorde, (che ne L’amore che non muore ha il ruolo di magnifico vilain), gli aveva proposto di adattare al cinema il romanzo Jackie loves Johnser OK?, dell’irlandese Neville Thompson, storia d’amore folle nella Dublino fine anni ‘90 con al centro due giovani amanti divisi dalla classe sociale di appartenenza ma uniti da un sentimento più forte di ogni rigida compressione ambientale. Rimasto nel cassetto per più di quindici anni, quel progetto è diventato realtà lo scorso anno, approdando in concorso a Cannes 77 e finendo con l’essere il quinto maggior successo commerciale di tutta la scorsa stagione in Francia (non ostante l’accoglienza piuttosto freddina riservatagli dalla critica sulla Croisette).
Scritto da Lellouche stesso con Audrey Diwan e Ahmed Hamidi e con un titolo originale (L’amour ouf) che strizza l’occhio ad André Breton e Jacques Rivette grazie a un ribaltamento di sillabe tra fou e ouf, L’amore che non muore è un curioso mix tra un romanzo criminale di (de)formazione giovanile e una sorta di French Side Story visto il ruolo determinante della colonna sonora, debordante al punto da assurgere quasi a un personaggio autonomo che accompagna i protagonisti nei meandri tortuosi delle proprie esistenze dai tempi dell’adolescenza inquieta a quelli della maturità non meno tormentata.
Siamo a metà degli anni ’70 in una città industriale del nord della Francia che potrebbe essere Cherbourg: Jacqueline (ragazzina della piccola borghesia con la lingua che taglia come un machete) e Clotaire (teppistello di estrazione proletaria che fa a cazzotti con il mondo assaporando i prodromi di un’educazione criminale) si incontrano per caso davanti alla scuola e tra i due è colpo di fulmine immediato. Ovvero l’amour fou/ouf cui fa riferimento il titolo originale. Ma la Vita è in agguato: attratto dal boss locale che ammira molto più del padre, Clotaire prende parte a una rapina finendo però in prigione per un omicidio commesso dal figlio del capo. Mentre lui è al gabbio a scontare la pena, Jacqueline prova a integrarsi in un tran tran borghese sposandosi con uno yuppie rampante (era quello ciò che passava il convento all’epoca) che le regala benessere ma non la fiamma vera dell’amore. E quando Clotaire torna in libertà, l’ossessione di dodici anni passati dietro alle sbarre diventa il fine ultimo del suo domani: capire se il fuoco dell’amore adolescenziale non abbia smesso di ardere anche nel cuore della ragazza e non solo nel suo.
Potente e barocca allo stesso tempo (con parecchie scene fin troppo dilatate che avrebbero potuto essere accorciate con qualche generoso intervento di forbice in sede di editing e un finale stranamente alla melassa con i due amanti che si baciano felici su uno sfondo da cartolina e sole al tramonto), questa ennesima riproposizione di un amore teoricamente impossibile che diventa reale grazie alla forza travolgente di un sentimento capace di annullare ogni contrasto a livello sociale e antropologico ha forse le frecce migliori al proprio arco nella colona sonora e nell’interpretazione del quartetto di straordinari attori che regalano le fattezze alla coppia nelle due fasi della vita prese in esame dalla sceneggiatura.
Straordinario il mix di successi francesi e stranieri del ventennio ’70 e ’90 che regalano alla colonna sonora un ruolo talmente ingombrante da far pensare quasi a un musical travestito da dramma sentimentale a tinte cupe con tanta violenza di corredo: accanto a glorie nazionali del calibro di Yves Simon, Serge Lama, Michel Colombier, Patrick Coutin, i Regrets, Claude Barzotti e Gilbert Bécaud, la storia d’amore con lieto fine di questi moderni Romeo e Giulietta è accompagnata da un collage d’epoca che mescola Deep Purple, Billy Idol, i Cure, i Daft Punk per arrivare fino a una cover di Nothing Compares 2 U di Sinéad O’Connor.
Ma se certi eccessi barocchi e qualche ridondanza di troppo nel plot unita a un paio di buchi narrativi nella sceneggiatura passano in secondo piano senza far pendere l’ago della bilancia nella direzione sbagliata, in parte lo si deve al quartetto di interpreti che Lellouche (da attore smaliziato qual è) ha scelto per dare anima e corpo ai suoi amanti folli: quelli degli anni ’80 hanno la faccia rispettivamente dell’esordiente ma magnetico Malik Frikah e di Mallory Wanecque (rivelazione folgorante ne I peggiori di tutti del 2022), mentre nella loro versione hanno quelle di François Civil e Adèle Exarchopoulos, naturali e istintivi come se fossero veri nel rendere credibile una storia d’amore che se affidata ad attori con meno carisma poteva rischiare di essere percepita come una melensa rifrittura di déjà-vu.
di Guido Reverdito