What Will I Become?

La recensione di What Will I Become?, di Logan Rozos e Lexie Bean, a cura di Antonio Maiorino.

Se i temi della perdita o del dolore trattati nel film toccano la tua esperienza personale, che questo possa servirti da promemoria: non sei solo”. L’appello che Logan Rozos e Lexie Bean levano in apertura del documentario What Will I Become? riecheggia, col bagliore minimale di un font al neon, sugli schermi della Berlinale 2026 (sezione Generation). Chiaro: il film è, a suo modo, terapeutico. Non per voli pindarici di stampo psicologico, né per sovrastrutture psicanalitiche. La cura messa in opera nel film, col film è, semplicemente, l’umanità.

Prodotto dal premio Emmy Harper Steele (storica firma del Saturday Night Live) e promosso da Taskovski, What Will I Become? sa di suonare come un interrogativo sospeso: come le vite di Blake e Kyle, due adolescenti trans suicidi, di cui il film rievoca, più che l’esistenza interrotta, il grido di tormento in cerca di amore; anche solo di accettazione. A raccogliere il filo, due registi a loro volta trans, a loro volta protagonisti di tentati suicidi. La collaborazione nasce per ragioni di impegno civile. A Logan, la New York University aveva trattenuto il diploma dopo un discorso di commiato focalizzato sulla crisi umanitaria a Gaza; Lexie è autore del romanzo The Ship We Built, finito nell’indice della censura scolastica in Florida nell’ambito delle recenti restrizioni legislative sui contenuti LGBTQ+. Attivisti, dunque, ma anche survivors.

Prima di fare coming out, non avevo mai visto né sentito di uomini trans di più di 35 anni“, afferma Logan. Non è un problema di mera sottorappresentazione transgender nel cinema; è urgenza, autentica, di lasciar fluire la voce spezzata di Blake e Kyle, ricucendola nell’orchestra della comunità: “non sei solo”, appunto. Si interpellano familiari e amici, si attinge da footage privati e pubblici, da post social e da posti del cuore, da pagine di diario e pagine web. Un lavoro d’archivio, che archivio non è; si tratta, piuttosto, di intercettare il mondo interiore dei due adolescenti (peraltro, entrambi poeti e musicisti), senza retorica militante, né vuoto epitaffio. Un incontro, un ascolto; tardivo per Blake e Kyle, ma ancora potenzialmente salvifico per tanti giovani nella loro situazione.

Al documentario, non serve chissà quale potenza dell’estetica cinematografica. Per larghi tratti, sono le parole dei due ragazzi, insieme ai frammenti filmati della loro vita quotidiana, a tenere il racconto. Talune transizioni in montaggio indugerebbero, certo, su primi piani instagrammabili di fiori e piante – specie i girasoli amati da Blake, così cari a un altro “suicidato della società”, Vincent Van Gogh. Ma non è mestiere riempitivo. Col procedere della narrazione, si comprende che quella grammatura fotografica (Fletcher Wolfe), impreziosita da accensioni cromatiche della palette iridata, è ricerca di leggerezza, è un accordo sentimentale: la strategia filmica per lasciar risuonare la brama di vivere – lust for life – dei protagonisti di là del loro tragico destino.

La visceralità sincera di What Will I Become? non soffoca la ricerca cinematografica. Il momento di massima elevazione linguistica del film coincide con l’intersezione tra parola poetica e stop-motion (Daniel Lobb). Le poesie di Kyle, messe in musica da un coro queer, diventano il baricentro di una sequenza in cui il “corpo-prigione” del ragazzo viene raffigurato come uno spartito musicale trasfigurato in forma umana. È un inno al contempo sacrale e gioioso, un gender gospel in cui l’animazione, nel senso etimologico del termine, si fa “anima”.

Questo, diventa il film: una sovrimpressione della sensibilità di Blake e Kyle. Non un biopic in tandem, quanto una forma cinematografica biomorfa, permeata dal soffio vitale dei due. La sovrapposizione si fa esplicita nel confronto con Robert, il coach della squadra di rugby di Blake – i Charlotte Royals – che prima accolse il ragazzo e poi lo rigettò per vincoli di regolamento sulla partecipazione dei trans a squadre maschili. Davanti alla macchina da presa, l’allenatore scopre in tempo reale, recitandole ad alta voce, le parole di afflizione e tenacia dello stesso Blake, ma il suono si sdoppia: la voce del ragazzo, riprodotta tramite Intelligenza Artificiale, accompagna quella del coach. È un vero e proprio “placcaggio emotivo” che restituisce presenza a chi non c’è più.

Non solo in questo senso What Will I Become? è un’opera figlia del cinema del terzo millennio. Se l’AI può mutare in doppiatore, i post possono convertirsi in scene (ri)scritte in tempo reale; gli utenti si trasformano in comparse, peggio ancora, in villains (gli haters). Lo schermo si moltiplica per accogliere la velenosa parte documentale dei media e della politica: dalle dichiarazioni sulla “transgender craziness” di Trump, alle leggi restrittive di Putin, fino alle tensioni dei cortei anti-trans di Melbourne e Ottawa. Pur tuttavia, non è un tempo di solo odio: fanno breccia gli incontri – non a caso introdotti dalla didascalia “Meet…” – con rami vitali e spesso ignoti della comunità: come Darb Garb, l’eccentrico e solare brand di abbigliamento inclusivo e gender-neutral, o la linea di assistenza di Translife, che riannoda il filo di quell’ascolto mancato a Blake e Kyle.

Per chi abbia la fortuna di vedere questo prezioso documentario, c’è da aspettarsi qualche lacrima a irrigare il campo di girasoli. What will I become? È ancora sospesa, la domanda, anche per Logan e Lexie, persino quando escono dalla tenda casalinga, a mo’ di rifugio e confessionale, da cui sussurrano, per gran parte del film, la propria preghiera laica. Su quel punto interrogativo, non scivolano risposte consolatorie. Anzi: l’interrogativo si estende dalla transizione di genere dei protagonisti a quella, necessaria, degli spettatori: transizione verso l’umanità nonostante l’assedio di vecchi e nuovi oscurantismi.


di Antonio Maiorino
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