Autorappresentazioni e autofiction femminili nella quality television americana
Un approfondimento a cura di Antonio Quaranta.
Quando Girls di Lena Dunham sbarcò sulla nota tv via cavo HBO ormai nel lontano aprile 2012, a molti telespettatori sembrò di assistere alla stessa esperienza “subita” guardando il primo cinema di Quentin Tarantino: stupore, ribrezzo estetico ma anche inaspettata curiosità.
La serie della Dunham, la promettente scrittrice di donne forti e fragili in procinto di cambiare la storia della televisione del post decennio 2000, partiva da un concetto di ribellione femminile, la libertà ad ogni costo. Nel suddetto dramedy, prodotto e co-scritto da uno dei grandi autori della new comedy hollywoodiana Judd Apatow, l’essere donna non è solo centrale ma assume un appiglio totalmente differente dagli altri show a cui la televisione americana ci aveva abituato nel corso degli anni e dei decenni.
Girls segue le vicende, nel corso delle sue sei stagioni, di quattro amiche Hannah, Marnie, Jessa e Shoshanna a New York (alcune delle quali saranno solo amiche mentre altre coinquiline). I personaggi della serie della Dunham come il loro parente diretto e d’ispirazione, un’altra iconica serie tutta al femminile Sex and the City, dividono e condividono la vita della narrazione tra rapporti sentimentali, confidenze e sviluppi personali. Non siamo però più nella patinosa Manhattan, ma nei quartieri più hypster e grezzi di Brooklyn, e al celebre Cosmopolitan di Carrie e Samantha, Hannah e company contrappongono birre da discount e malattie veneree.
È facile e nel contempo complesso spiegare oggi in un quadro televisivo pieno e colmo di antinarrazioni e antieroine crude e pure, cosa abbia rappresentato nel 2012 la scrittura della Dunham e la sua serie Girls. Si potrebbe partire dal realismo generazionale dei millennials e dalla distruzione dei loro tabù, un azzardo per i canoni dell’epoca. Pur avendo una struttura apparentemente similare ad altri show come Gossip Girl e la già citata Sex and the City, l’opera di Lena Dunham rifuggiva costantemente da una rappresentazione fittizia dei giovani americani, facendolo invece con una massiccia dose di provocazione che alla lunga diverrà la cifra della serie; il linguaggio al limite dello scurrile, le esagerate scene di sesso erano solo il contorno di un messaggio più grande: raccontare e impersonificare la realtà di una generazione.
Per fare questo Dunham, col suo alterego Hannah Horvath, una capricciosa scrittrice mantenuta dai genitori nella costosa New York, anticipa la rappresentazione di una femminilità visiva che prima di lei era indubbiamente impensabile. Il merito della Dunham è autorappresentare la propria immagine di donna non avendo paura di mostrare un corpo imperfetto da una stanza all’altra, facendosi manipolare tossicamente dal suo Adam, e sottolineando problematiche centrali per una donna in formazione come il sesso, clamidia, e malattie croniche di cui soffre da anni la reale creatrice dello show. È qui che entriamo nel campo dell’autofiction. Dunham, venendo dalla “scuola” dell’avanguardia cinematografica Mulblecore, nel suo primo film autoprodotto Tiny Furniture (2010) aveva già posto le basi e una linea autoriale profondamente condizionate dall’assenza totale tra finzione e realtà. L’autofiction difatti, ossia realizzare una finzione di vicende reali, non è nel caso della Dunham qualcosa separata dall’autobiografismo ma è la medesima cosa. Mettendo in scena una forma ancora più autocosciente rispetto all’autobiografico, confondendo e fondendo esperienza autoriale con invenzione.
Similarmente al concetto espresso dalla soggettiva libera indiretta teorizzata da Pier Paolo Pasolini, l’autofiction della Dunham consente un dialogo strettissimo tra interiorità e rappresentazione, elemento che permette alla regista/scrittrice di non scindere mai nel corso delle 6 stagioni della serie la Lena laureata in cinema, che aveva il desiderio di gridare al mondo la sua voce, dalla Hannah Horvath sprezzante e materialista che rivendicava fino alla fine il suo posto nel mondo newyorkese.
Questo è uno dei punti motrici che ha accompagnato le stagioni fortunate della serie Girls, assieme al naturalismo del corpo femminile e agli archi dei personaggi. Ultimo punto altrettanto centrale per la narrazione della Dunham. Infatti al centro della serie, seppur evidentemente primeggia il viaggio formativo e distorto di Hannah, troviamo un bel bagaglio evolutivo per tutti i personaggi principali. Alcuni trasformano radicalmente la propria posizione di vantaggio o svantaggio, come accade a Jessa e Shoshanna, altri rimangono immobili nella propria frenesia di sperimentare e “vivere” che è un po’ quello che avviene all’amica fedele della protagonista, Marnie.
Il tutto ben orchestrato dalla Dunham che in termini di narrazione è sempre riuscita a calibrare running plot con episodi autoconclusivi, mentre le sue “ragazze” percorrevano un arco episodico abbastanza corale anche quando era individuale. Il finale della serie delinea tutta la forza decostruttiva dell’immagine femminile secondo la Dunham; il suo personaggio ha imparato ad essere donna, come imparerà ad essere madre, facendo affidamento essenzialmente sulla propria voglia di cambiamento e nel bastarsi da sola.
Girls ha quindi delineando per la storia giovane e recente della televisione americana una piccola grande rivoluzione in termini di autorialità femminile. Donne fragili, forti, capricciose, arroganti e complesse, arrabbiate col mondo e proprio per questo in grado di ribellarsi ad esso. Il lavoro della Dunham lo vediamo soprattutto in questi anni e nei numerosi show che hanno preso Girls come punto di riferimento (Fleabag e Insecure per citarne solo alcuni) A suo modo la serie HBO ha tracciato un sentiero tortuoso ma vivo nella propria capacità di fare dramedy seriale e cinema indipendente femminile sul piccolo schermo.
di Antonio Quaranta