Backrooms
La recensione di Backrooms, di Kane Parsons, a cura di Gianlorenzo Franzì.
“Se scivoli fuori dalla realtà nei posti sbagliati, finirai nelle Backrooms”: parte tutto da qua, e qua occorre tornare per capire.
Nel 2019, su 4chan, un utente anonimo apre un thread pubblicando la foto di un inquietante ufficio vuoto con luci al neon fluorescenti che illuminano infinite stanze vuote con carta da parati giallognola. Nel post invita gli utenti a fare attenzione.
Nel 2026 le backrooms sono spazi liminali, sono l’immaginario più rappresentativo della contemporaneità: nate in rete e proliferate attraverso un surplus cognitivo, sono ormai un mito centrale per comprendere la nuova realtà digitale, confermato e suggellato dal film di Kane Parsons che nasce dal suo brevissimo corto che ha spopolato in rete dal gennaio 2022. Ritrovarsi nelle backrooms (letteralmente, stanze sul retro) rappresenta un dislocamento della realtà, un’alienazione dal mondo materico che porta a rimanere incastrati in un garbuglio labirintico di stanze uguali: e il loro potere fondativo risiede proprio nell’evocazione dei sentimenti che la sola osservazione è in grado di scaturire, diventando quindi una vera e propria mitologia condivisa e collettiva.
Tutto questo per dire che l’impresa di Parsons non era facile, nel momento in cui assoldato da A24 voleva far diventare un -enorme- fenomeno creepy, impastato di psicologismi e sociologia, in materiale mainstream: eppure è riuscito nell’intento nel momento in cui non ha rinnegato le basi teoretiche delle backrooms e ha portato flussi di gente in sala.
Backrooms, il film, prende intelligentemente il via dal materiale primigenio (il post anonimo e il corto) impostando l’incipit come found footage: si concede poi uno sviluppo quasi canonico, ma tra le pieghe del racconto, con fare potremmo dire nolaniano, parte dall’ordinario per ingarbugliare le cose e accartocciare la linearità su sé stessa. Quello che allora sembra un gioco si stratifica mano a mano che la storia procede e il discorso diventa labirintico, con loop comportamentali e schemi ricorrenti; in questo modo, le backrooms inglobano altro oltre al discorso sociale iniziale, facendosi metafora dei percorsi emotivi che continuiamo a seguire anche se ci distruggono, delle “dinamiche che da bambini ci rassicurano ma che da adulti finiscono per intrappolarci”. Le stesse stanze sul retro diventano il simbolo di una realtà che assorbe il nostro vissuto, i nostri ricordi, e li distorce fino a renderlo mostruoso. In questo modo, il quotidiano diventa perturbante, e Backrooms diventa un horror essenziale, ridotto a meccanismi archetipali, scivolando chi guarda nelle paure ataviche legate al terrore dello spazio vuoto. Uno spazio vuoto che si riempie di niente, di rumori, ombre, mostri e traumi. In tutto questo, l’esordiente assoluto (e ventenne) regista è supportato da nomi non da poco come Shawn Levy, James Wan e Osgood Perkins: e anche se spreca due talenti enormi come quelli di Chiwetel Ejiofor e Renate Reinsve, firma un’opera che non solo mantiene intatto lo spirito originale del fenomeno culturale, ma lo eleva, lo migliora, lo giustifica, lo rende contemporaneo e capace anche di espandersi all’infinito (in un franchise?).
di Gianlorenzo Franzì