Miroirs no. 3 – Il mistero di Laura

La recensione di Miroirs no. 3 - Il mistero di Laura, di Christian Petzold, designato Film della Critica dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani – SNCCI.

Miroirs no. 3 – Il mistero di Laura, di Christian Petzold, distribuito da Wanted cinema e nelle sale dal 26 febbraio 2026 è stato designato Film della Critica dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani – SNCCI con la seguente motivazione:

Tra un incidente d’auto e la musica di Ravel, il regista tedesco, tra i più stimolanti dell’ultimo decennio, conferma la sua audacia con un racconto minimalista, caricando una tragedia di elementi inquieti e misteriosi, attraverso i quali una giovane donna tesse un rapporto inatteso con una signora anziana. Una storia impalpabile che nasconde ulteriori traumi, narrata con una leggerezza sospesa, nella quale Petzold e Paula Beer, ormai sua attrice fondamentale, mostrano l’inafferrabilità della vita.

La recensione
di Francesco Maggiore

Fantasia e negazione si alternano nella grammatica cinematografica del regista tedesco Christian Petzold, che riesce a far percepire una coerenza stilistica e tematica in questo (ideale) terzo capitolo di una trilogia cinematografica cominciata con Undine (2020) e Il cielo brucia (2023). L’incidente scatenante è un vero disastro stradale che dipana il mistero per tutto il resto di questa piccola e precisa  pellicola dalle venature oniriche. E’ un terzo film che prosegue sulle linee precedenti, ispirato anche al terzo movimento  Une barque sur l’océan (Una barca sull’oceano) della suite per pianoforte Miroirs di Maurice Ravel.

Miroirs n. 3, è un gioiellino di 86 minuti, che ci regala anche un nuovo sodalizio tra il regista con Paula Beer e Barbara Auer. Non c’è bisogno di grandi partiture di dialogo, perché se l’unica partitura tematica viene dalla musica, è il silenzio di uno sguardo a raccontare tutto più di ogni altra cosa. Da Berlino alla campagna, il passaggio a una dinamicità più sospesa è palpabile nel suo intrinseco mistero. Laura non è la Palmer del lynchiano Twin Peaks, ma una figura illusoria che nell’ideale della famiglia ospitante, deve colmare il vuoto di un’assenza reale. Il trauma dell’incidente e le sue conseguenze, prima e dopo, non viene mai direttamente esplicitato, ma ammantato di un senso invisibile.

Nel tempo  contemporaneo dove spesso a vincere è il modo urlato delle cose, il cinema di Christian Petzold raccoglie quella scarnificazione simbolica tra minimalismo e naturalismo. Una visione umanista che non lascia scampo, ma che sa molto bene quello che deve dire e non perde tempo a riguardo. Nella sua centralità, la musica assume una sua poetica e diviene una sorta di codice comunicativo fra le due donne. Forse è anche nelle intenzioni di Petzold, catturare i frammenti di emozioni, che spesso negli ultimi anni si sono persi, come il vento, i suoni, il contatto fisico. Ovvero, tutto ciò che la sensorialità può offrire sia dal punto di vista del piacere, effimero e reale, ma anche del turbamento psicologico.

Questo mondo, così intenso, che è debitore del romanticismo tedesco, ha quelle sfumature così idilliache, ma non bucoliche nella rappresentazione della campagna. Petzold costruisce la storia di Laura su ellissi, vuoti, traumi non mostrati, e viene proiettato su di essa il volto della figlia perduta di Betty. L’uso della musica di Chopin indica qualcosa di irrisolto in questo lutto non elaborato, attraverso una sobria e pulita grazia silenziosa del quotidiano. Il pianoforte in Miroirs n. 3 non è un semplice ornamento, ma il linguaggio che i personaggi non riescono a trovare con le parole. Come nei Miroirs di Ravel, dove ogni movimento evoca un riflesso diverso del mondo, Laura suona e nel suonare si riflette, si riconosce, e ricomincia. Il film termina dove ogni buona musica finisce: non con una risposta, ma con una risonanza che continua oltre l’ultimo fotogramma.


di Redazione
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