Tre amiche

La recensione di Tre amiche, di Emmanuel Mouret, a cura di Mariella Cruciani.

Diretto da Emmanuel Mouret e scritto dallo stesso regista con Carmen Leroi, Tre amiche, oltre che di complicità al femminile, parla soprattutto di amore, un sentimento volatile, inafferrabile, sempre in bilico.

Non a caso, verso il finale, sentiamo risuonare la melodia dell’Habanera di Bizet: “L’amore è lontano, puoi aspettarlo, non l’aspetti più, eccolo lì! Tutto intorno a te, veloce, veloce, viene, se ne va, poi ritorna… Pensi di averlo preso, lui ti evita, pensi di evitarlo, lui ti ha preso”

Questo è esattamente ciò che accade alle protagoniste del film: Joan (India Hair) lascia suo marito Victor perché è venuta a mancare la passione iniziale ma è oppressa dai sensi di colpa; Alice (Camille Cottin), al contrario, è ben felice di sentirsi amata (ma sarà davvero così?) da Eric, pur sapendo di non ricambiarlo; Rebecca (Sara Forestier), infine, ha una relazione con un misterioso uomo sposato.

Strada facendo, ognuna delle tre si illuderà di aver, finalmente, incontrato quello che Joan definisce “l’amore che si impone” ma, proprio a quel punto, le carte si mescoleranno nuovamente. All’incanto di un attimo, Mouret fa seguire puntualmente il risveglio e la presa di coscienza: come in una canzone di Enrico Ruggeri, “sono i tempi di attuazione che confondono le persone… e si cambia copione!”

Nessuna stabilità affettiva sembra possibile in questa vorticosa commedia degli equivoci e l’amore, per affermarsi, – anche solo per poco – deve fare i conti con la paura della perdita dell’oggetto: soltanto così, ci si placa e si cessa di desiderare ad oltranza ciò che non si ha.

Dietro la leggerezza e l’ironia, si cela, quindi, un’opera tutt’altro che ottimista: Joan, con i suoi dilemmi morali, sembra uscita da un film di Woody Allen e anche le sue amiche, apparentemente più superficiali, devono confrontarsi con fragilità e contraddizioni, proprie e altrui.

Ha spiegato bene, il regista: “L’elemento drammaturgico della storia è riuscire a capire in che modo gli esseri umani riescano a vivere insieme e convivere, nonostante tutto. Il racconto serve a questo: avvicinare lo spettatore alla complessità della vita. Credo che, piuttosto che la soluzione della complessità, dovremmo arrivare all’accettazione della complessità”.


di Mariella Cruciani
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