Masters of the Universe

La recensione di Masters of the Universe, di Travis Knight, a cura di Roberto Baldassarre.

Nel cumulo di blockbuster scaturiti da fumetti o (video)giochi, vengono tirati dentro anche i Masters of the Universe, i mitici action figures della Mattel che ebbero il loro periodo di gloria nell’arco di un settennio durante i rampanti anni Ottanta. Un successo che si profuse in una serie animata, in alcuni videogame arcade, in altre lucrose tipologie di merchandising e finanche in una omonima fallimentare pellicola prodotta dalla Cannon Film e diretta da Gary Goddard, che diede, in pratica, il colpo di grazia al già scemante esito del merchandising.

Ma benché ci fu quel lontano I dominatori dell’universo (1987), Masters of the Universe (2026), diretto da Travis Knight, non è proprio un reboot, proprio perché la prima avventata trasposizione non ebbe seguito. Meglio definirlo come un nuovo adattamento del primigenio prodotto commerciale per provare a imbastire un fruttuoso franchise cinematografico. Ha funzionato con i Transformers (serie animata e poi linea di giochi) e con i G.I. Joe (action figures e serial animato), facendo leva sull’effetto nostalgia, quindi perché non provare con un altro importante pezzo di storia ludica? E come nei sopracitati blockbuster, anche Masters of the Universe imbocca lo stesso restyling.

Si conservano i personaggi principali, le frasi ad effetto e un certo solco narrativo, e su dette basi si aggiorna la confezione, tenendo conto delle nuove mode cinematografiche e la new generation spettatoriale. Comprensibile, ma ciò conferma come questa tipologia di roboanti prodotti stia diventando conforme alla Marvel. Uno dei gravi peccati de I dominatori dell’universo fu l’infedeltà e una certa filiazione visiva con Guerre stellari. Lo stesso si potrebbe tacciare di alterazione Masters of the Universe che, tra una piccola strizzatina d’occhio cinefila alla prima trasposizione e il mantenimento dei personaggi principali, pare rifarsi alle trasposizioni di Superman o a quella di Thor. In particolare viene aggiunto, sfumato con l’ironia, il Coming of age del protagonista Adam, bambino impaurito su Eternia prima e poi ellitticamente giovane perdente sulla terra, con la logorroica fissa di tornare sul suo pianeta. Humour presente già nel serial animato ma relegato soltanto allo status pre Potere di Grayscull di Adam e della sua fedele tigre Battle-Cat. Cambiamenti che i fan dell’originale certamente disapproveranno, ma che molto probabilmente affascineranno i nuovi spettatori, ormai assuefatti a certi schemi.

Al netto di ciò, oltre a un assortito cast non proprio convincente e a una durata eccessiva poiché in diverse parti la sceneggiatura langue, Masters of the Universe svolge comunque compiutamente la sua principale finalità: dare funambolico spettacolo negli scontri e nelle scene di massa. L’aspetto più interessante, però, risiede nell’in-joke cinefilo riguardante Highlander – L’ultimo immortale (1986) di Russell Mulcahy. Cult tirato ironicamente in ballo per ben due volte: con la battuta dei poliziotti sulla spada e l’utilizzo in colonna sonora di Prince of the Universe, brano cardine dei Queen per la Ost di Highlander. Nello scorrere dei crediti finali, poi si nota del perché di questa azzeccata scelta cinefila: la colonna sonora è a firma di Brian May.


di Roberto Baldassarre
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