L’isola degli idealisti
La recensione di L'isola degli idealisti, di Elisabetta Sgarbi, a cura di Marco Lombardi.
Molto spesso i pensieri dei critici sono una sovrastruttura, talora pure ingombrante, rispetto alle intenzioni dell’autore; tuttavia, se il film è in grado di stimolarli, significa che è vivo, cioè nato per consegnarsi nelle mani di ciascuno spettatore che può rimodellarlo a suo piacimento perché ha materia, perché è materia. È così che L’isola degli idealisti, sin dai primi minuti, a noi ha suggerito una strada che probabilmente non è la strada voluta dalla sua regista, Elisabetta Sgarbi, ma è una strada possibile. Lo schema dell’omonimo romanzo di Giorgio Scerbanenco da cui è stato tratto è netto, quasi claustrofobico: due ladri, cioè due persone che vivono la vita vera, finiscono per avventurarsi in un luogo separato dal mondo, cioè su un’isola, all’interno della quale esiste un’ulteriore isola, una villa. In questa specie di prigione, scollata dal fuori, tutta una serie di personaggi recitano dei copioni impolverati, come se quello fosse l’unico modo per stare, mescolandosi ai tantissimi quadri (cioè ai tantissimi modelli identitari) che la abitano, e riflettendosi molteplicemente, come in un caleidoscopio, in specchi irregolari, di stampo espressionista, che riproducono all’infinito il proprio sé, fino a farlo del tutto evaporare. Quell’isola e quella villa sono il luogo della finzione, cioè del cinema, che accoglie il mondo di fuori quasi per necessità, senza però azzardare dei rimescolamenti, o delle proiezioni, e tantomeno delle relazioni.
Un indizio che avvalorerebbe questa lettura è rinvenibile nelle recitazioni: se quelle dei personaggi della villa sono sempre impeccabili, in quanto attori, quelle dei due ladri sono all’inizio incerte, in quanto persone. Elena Radonicich, nei panni di Beatrice, entrando in quella casa muove il corpo come se dovesse farsi spazio dentro una giungla melmosa, mentre la recitazione di Renato De Simone, nei panni di Guido, è trattenuta, cioè implosa.
Il cinema, e il teatro, per esistere non possono però fare a meno del loro pubblico, ed è per questo che gli abitanti della villa nascondono i due fuggitivi alla polizia, che è sulle loro tracce. Si tratta comunque di un automatismo: c’è solo un personaggio, Celestino, benissimo interpretato da Tommaso Ragno, che vorrebbe uscire da quella bolla di finzione, mescolandosi con la gente vera come se quel genere di relazione fosse l’unico modo per uscire dal suo stato di fantoccio. I due ladri troveranno un apparente obiettivo per stare lì, un anello di inestimabile valore che andrebbe solo rubato, ma Beatrice e Celestino sono interessati a un altro gioiello disperso chissà dove, un po’ come il diamante del Titanic, che è il tentativo di mettere in relazione il cinema, cioè l’immaginario, con la realtà: per questo, durante il percorso che li porterà a fuggire insieme, se Tommaso Ragno finirà per dismettere un po’ della sua teatralità, Elena Radonicich si troverà più a suo agio con l’idea del recitare. Nel tentativo di unire la realtà con la sua idealizzazione, che è l’obiettivo di tutti noi che lottiamo in un mondo imperfetto con al di sopra una cappa d’immensità.
Il film ha poi tanti riferimenti ai maestri del noir, da Hitchcock a Chabrol, un richiamo esplicito alla follia di Shining, e qualche atmosfera alla Simenon, ma noi da tempo abbiamo dismesso la sindrome del Rischiatutto, e così cercateli voi, i riferimenti: sempre che siano così necessari.

di Marco Lombardi