Sirat

Le recensioni di Sirat, di Oliver Laxe, designato Film della Critica dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani – SNCCI.

Sirat, di Oliver Laxe, distribuito da MUBI e in uscita nelle sale italiane l’8 gennaio 2026, è stato designato Film della Critica dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani – SNCCI con la seguente motivazione:

Oliver Laxe dirige un film di rara potenza, devastante nella forma e dalla narrazione continuamente vissuta sullo strapiombo di avvenimenti tragici, un on the road tra musica martellante e danze tribali, alla ricerca di persone scomparse e del senso ultimo della vita, rappresentata in modo nichilistico, in un paesaggio di bellezza agghiacciante, muovendosi costantemente su un terreno minato. Cinema esplosivo.

La recensione
di Francesco Maggiore

È l’ apocalisse quella di Sirat, sensoriale prima che metaforica. Energica e cupa al tempo stesso, è una visione sacrale quella che traspare dal lavoro di Oliver Laxe, Premio della Giuria a Cannes 2025. Si apre con la costruzione meticolosa delle casse sonore nel deserto, quasi fossero un capolavoro di ingegneria architettonica. Tasselli allineati alla perfezione, che in realtà fanno presagire una sinfonia macabra e tribale tra le rocce e i detriti. La sua gravitas è segnata da questa potenziale catastrofe geopolitica che tutta l’umanità teme da tempo: lo scoppio della terza guerra mondiale in Europa. Un evento così terribile e non più potenzialmente distopico, ma reale ed evocato, che spinge ad una fuga collettiva, quasi da catarsi proibita.

Menomate nel corpo, ma non nello spirito, le anime che ne popolano il desolante panorama, vagano senza un reale scopo con minivan e pickup verso l’ignoto, forse la Mauritania. Questo deserto, infatti, funge da ampio sentiero psichedelico alle brutture del Pianeta Terra. L’incognita in questo viaggio all’apparenza senza ritorno, diventa emblematico di una fuga spirituale. L’immagine della cassa acustica nel mare di sabbia, appare come un monolite, ma non come totem o simbolo di ridondanza. E il destino inesorabile tra le variegate carovane, rende Sirat quasi una versione europea e lisergica di Mad Max Fury Road. Tragico appare il suo protagonista, interpretato da Sergi Lopez, che trasmette il suo perenne disorientamento verso un mondo che (all’apparenza) non gli appartiene.

Il suo Luis è l’antitesi perfetta dei personaggi che ha interpretato sia da protagonista nello splendido fantasy Il labirinto del fauno che da comprimario nel capolavoro thriller Pacifiction. E anche quando è un treno a guidare il destino dei caratteri presenti nella trama, spesso funzionali, spesso no, ci si chiede se effettivamente questo oceano giallo e polveroso abbia una sua fine. Il fulcro di Sirat sta anche nel rapporto padre-figlio, un legame che è un non dialogo fatto di tensione palpabile e latente. Il racconto narrativo è teso, spoglio di dettagli non irrilevanti, fatto di gesti che parlano senza una reale espressione vocale. Non è il tempo a memoria proustiana ad essere perduto, ma la figlia del protagonista, la cui immagine è filtrata da una foto spiegazzata. Lopez, con il suo Luis è irriconoscibile nella sua metamorfosi fisica, pesante, dimessa e sofferente.

La sabbia intorno a lui diventa un elemento solido, come un vero ostacolo fisico che ne riflette l’attrito interiore. Il tempo del racconto non è lineare ma circolare, tra chi si pone un obiettivo e le varie anime spettrali e sbandate. Visivamente, il paesaggio del deserto è un riflesso cromatico nella sua vastità parallela alla semantica idiomatica dei suoi personaggi, intrisi di vuoto morale e spirituale. Nonostante tutto questo, Sirat cerca di essere un inno al lasciarsi andare verso un anarchismo contemplativo e sonoro. C’è una sorta di ponte metaforico che va dal cinismo di una presunta innocenza individuale, a quello di un esibita follia collettiva. E nelle sue distorsioni, rende i caratteri come delle maschere tragiche, figlie della vacuità dell’anima. La ricerca del piacere attraverso il suono e il movimento, si nutre dell’effimero, del calore, e del suggestivo viatico desertico.

La sua forza sta nel coraggio di non offrire una direzione precisa allo spettatore, che vive le immagini sullo schermo attraverso il cammino di Luis. L’uomo ha perso la propria fisionomia per farsi carne sofferente tra le lamiere e la sabbia. L’incubo del conflitto globale si trasforma nel battito ossessivo di questo pellegrinaggio privato. L’umanità di Laxe non cerca il perdono nel disarticolato tracciato geografico, ma ne contempla il rumore, trovando un senso ultimo proprio nell’ostinata resistenza di un gesto senza voce.

La recensione
di Marco Lombardi

È raro, di questi tempi, trovare un film che ha il coraggio della libertà, scegliendo delle soluzioni narrative che normalmente verrebbero ripudiate dagli algoritmi e dell’ipocrisia del politicamente corretto, e quindi da quasi tutti i produttori. In Sirat si respira infatti il profumo della libertà, consci che il cinema è pur sempre finzione, e che qualunque cosa che nella realtà verrebbe considerata atroce, in un film ha il beneficio della metafora, cioè di significati altri. A noi, infatti, Sirat sembra un’enorme rappresentazione della vita tout court, e nello specifico della contemporaneità, perché il mondo dei rave, che normalmente viene considerato come un agglomerato di rifiuti umani, viene visto come una palestra di vita: anche nella vita danziamo senza sosta fra le onde del dolore, cercando di neutralizzarle con mille diversivi distraenti, se non anestetizzanti (il lavoro, il sesso, lo sport).

È quello che succede a Sergi Lopez, un padre qualunque che va alla ricerca della figlia scomparsa, insieme al figlio più piccolo, nel mezzo di un rave che si svolge in Marocco. Lì la figlia non c’è, ed è così che questo padre si unisce a un gruppo di raver che, dopo l’evacuazione per opera dei militari, si muove in direzione di un altro rave. La comunanza di obiettivi cementa il gruppo, ma Sergi Lopez diventerà uno di loro solo quando verrà investito anche lui da uno tsunami di dolore, di quelli tanto improvvisi, quanto intollerabili. È allora che il deserto diventerà sempre di più uno spazio simbolico che fa pensare a un bellissimo film di Gus Van Sant, Jerry, rimandando anche a Il deserto dei Tartari: non solo Sirat non ci regala una pillola compensativa, come quasi sempre succede nel cinema contemporaneo, addirittura il nemico invisibile di quel deserto si accanisce ulteriormente contro tutti i personaggi, aggiungendo dolore al dolore, e buio al buio.

Fino a un finale che è un proseguimento di quel sirat – che in arabo significa “cammino verso la salvezza” – su un treno improbabile/su delle rotaie improbabili/con dei passeggeri improbabili verso un nuovo livello di quell’oscuro gioco dell’esistenza, anticipato da una splendida inquadratura di un altoparlante che rappresenta una curva dentro al buio del mistero. “Ballate, balliamo questa danza tribale del dolore, ma sempre tenendoci per mano”, sembra dirci Óliver Laxe, un regista che ha sempre vinto premi con i suoi tre film precedenti, ma con l’inserimento nel concorso principale a Cannes 2025 sembra essere approdato definitivamente, e con merito, sull’isola degli autori che valgono.


di Francesco Maggiore e Marco Lombardi
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