Shelby Oaks – Il covo del male
La recensione di Shelby Oaks, di Chris Stuckmann, a cura di Emanuele Di Nicola.
Shelby Oaks respinge la filologia dei sotto-generi dell’horror e impasta diverse tendenze: è infatti una mescolanza consapevole tra found footage, True Crime e racconto “oggettivo”, nel senso del film commerciale americano con la protagonista che si districa tra jumpscare e improvvise apparizioni. Andiamo con ordine. L’esordiente indipendente Chris Stuckmann, che viene dalla critica e da YouTube, ottiene la produzione pesante di Mike Flanagan che è già un imprimatur, cioè accende l’attenzione in virtù della curiosità automatica generata dall’icona (ergo: se Flanagan produce deve esserci qualcosa…). Il principio è puro found footage: vediamo l’ultimo video di Riley Brennan prima della scomparsa avvenuta oltre dieci anni fa. La ragazza faceva del gruppo Paranormal Paranoid, una serie di amici nerd intenti a dimostrare l’esistenza del paranormale attraverso registrazioni amatoriali, interviste misteriose, testimonianze presunte. I soliti ciarlatani del web, ovvio, niente di strano finché il gruppo si dissolve nel nulla…
Al centro del film c’è allora la sorella di Riley, Mia, che non si è mai rassegnata al destino dell’amata parente e anzi ha messo in pausa la sua vita, erodendo il rapporto col marito, impegnandosi per anni nella ricerca della ragazza; peraltro le due da bambine nel buio del loro letto postulavano l’esistenza di un demone, che forse non era così assurda. Dalla premessa il tessuto narrativo corteggia presto il True Crime con interviste “vere”, frammenti di notiziari e condivisioni sui social, laddove il gruppo di acchiappafantasmi amatoriali diventa famoso, inevitabilmente, dopo la sparizione. E gli utenti si mettono a scandagliare i loro video alla ricerca di un indizio, una traccia, un easter egg nascosto dentro l’immagine. Nello spaventoso ultimo filmato di Riley dietro il vetro della finestra in trasparenza appare una figura… Così si insinua una possibile riflessione sullo stesso statuto dell’immagine, sui mostri occulti nell’inquadratura, e questa linea – comunque accennata – si ricollega davvero all’occhio di Flanagan e agli spettri di Hill House.
La svolta interviene quando una persona bussa alla porta di Mia. L’indagine pare incartata, a punto morto, ma l’uomo si spara in testa suicidandosi davanti a lei, stringendo in mano una videocassetta con scritto “Shelby Oaks”. Da qui la ricerca della sorella entra nel vivo, Mia si getta nell’agone ossia nell’oscuro e nell’ignoto, scoprendo gradualmente che forse i paranoidi si erano imbattuti davvero in qualcosa di oltremondano. Ed ecco che lo sguardo si fa lentamente oggettivo: si esce dai sotto-generi e Mia diventa protagonista di un horror popolare, con lei in campo a investigare sullo scenario, tentando di squarciare il velo, sino a imbattersi in una figura femminile in forma di strega e in un rito particolare che prelude alla verità. Il film è un piccolo zibaldone di lacerti e citazioni: c’è The Blair Witch Project, esplicitamente citato coi simboli sui tronchi, ma c’è anche il nuovo cinema horror e soprattutto Hereditay di Ari Aster, ipotizzando l’incedere del Male su linea ereditaria, fino ad arrivare al motivo della gravidanza demoniaca, i cui archetipi sono noti. Alla fine Shelby Oaks, nel frullato di visioni e suggestioni, semina una dose di inquietudine; il suo valore è proprio quello del calderone, in cui tutto si mescola, dimostrando che l’horror non deve esser per forza “una cosa sola” ma può addensare tutto insieme, da questo generando paura. Non un capolavoro, certo, ma un buon punto di partenza per il percorso del regista.
di Emanuele Di Nicola