Eraserhead – La mente che cancella
La recensione di Eraserhead - La mente che cancella, di David Lynch, a cura di Gianlorenzo Franzì.
Nero spesso, torbido, vischioso: fino a frugare nel fondo dell’inconscio, fino a specchiarsi in sé stessi e creare un proprio doppio (oscuro). Un’oscurità illuminata da flash improvvisi, così come improvvise epifanie pervadono il cinema di David Lynch fin dall’inizio, flash che illuminano solo parti di un tutto che non vedremo mai nella sua interezza, come mai potremo percepire la realtà nella sua totalità.
Per tutta la sua carriera è sempre stato difficoltoso interpretare Lynch, quando non inutile o controproducente. Dopo la sua scomparsa, è ancora più impervia la strada per trovare una chiave di lettura nuova, figuriamoci andare all’inizio di tutto.
Eraserhead – La mente che cancella (da qui in poi solo Eraserhead) è l’esordio sul lungometraggio del regista di Missoula del 1977: ma ancora oggi, e sicuramente sempre domani, tornerà a popolare il buio dello spazio cinematografico di ciascuno di noi, con la forza prepotente di un’opera difficile ancora adesso da maneggiare, considerare, penetrare, ovviamente mai capire.
Le geografie in chiaroscuro del film sembrano pulsare sottopelle come gli esseri indefiniti e indefinibili che popolano una trama ai limiti del razionale: ma d’altronde è inevitabile, questo è Lynch senza nessuna copertura mainstream, un autore ancora non certo acerbo ma pervicacemente avvinghiato ad una logica narrativa scomposta e scomponibile, che anzi si liquefà in ramificazioni labirintiche, tra rumori d’ambiente, musica fuori campo, impressioni stridenti anzi ottundenti, lo sguardo allucinato.
Cineasta alla prima opera ma non acerbo, si diceva sopra: perché già in Eraserhead ci sono tutti gli elementi fondativi del suo cinema che verrà, dal meccanismo del reale inconoscibile che non sa scardinare il dualismo sogno/incubo, fino al mostruoso che senza colpo ferire si materializza in una realtà perturbante. Così come già in questo midnight movie capolavoro c’è già il teatro dell’assurdo e della commedia nel quale i protagonisti delle storie lynchiane sono costretti a confrontarsi: se dopo ci sarà l’appartamento finzionale di Rabbits, il teatro Silencio in Mulholland Drive, l’Hollywood slabbrata di Inland Empire, la loggia nera in Twin Peaks, la catapecchia di Strade Perdute, tutto viene anticipato dal termosifone al cui interno su un palco arriva la lady in the radiator.
Eraserhead è un mondo che si autogenera in un circostante familiare ma sconosciuto come può esserlo un sogno; anzi come un passato che si ricostruisce a distanza, o come un sogno i cui contorni perdono di consistenza man mano che si tenta di focalizzarne il centro.
Nel 1979 siamo entrati con Lynch nel bosco nero della magia, nella stanza rossa da un’altra dimensione, nella fiabesca dimensione onirica di una mente malata: e siamo scivolati nel nostro lato oscuro, nel doppiofondo inquieto, nella screziatura dello specchio che rivela il sorriso osceno del mistero.

di Gianlorenzo Franzì