The Mandalorian and Grogu
La recensione di The Mandalorian and Grogu, di Jon Favreau, a cura di Antonio Quaranta.
The Mandalorian and Grogu evidenzia una definitiva distanza tra l’origine televisiva e la sua trasposizione cinematografica. Perché se una scrittura filmica si può ben adattare sul piccolo schermo (si pensi a Fargo o Buffy l’ammazzavampiri), il contrario, come dimostra il pur godibile film di Jon Favreau, molto spesso è di difficile realizzazione.
Il primo film targato e ambientato nell’universo Star Wars a distanza di ben sette anni dalla conclusione della trilogia sequel, non riparte come avrebbe dovuto dalla terza stagione, delineando invece uno strano prodotto cinematografico tra grande e piccolo schermo. Nel film di Favreau, co-scritto con Dave Filoni, ritroviamo la collaudatissima coppia composta dal mercenario mandaloriano “Mando” e il suo piccolo compagno di viaggio il baby yoda “Grogu”. Nel film non assistiamo quindi ad una storia cinematografica drammaturgicamente costruita sui due personaggi (se non solo alla fine del terzo atto) bensì ad almeno tre storie che coinvolgono i due protagonisti.
Dobbiamo pensare a The Mandalorian and Grogu come a quello spazio narratologico all’interno di una serie, il running plot, in cui uno specifico arco o trama continua per un tot di episodi. Ciò accade nel film con il mandaloriano e baby yoda coinvolti entrambi in una storyline episodica, dove il cuore del film è il continuo salvataggio del lottatore fuggiasco Rotta the Hutt interpretato da Jeremy Allen White (The Bear), elemento che collega la serie diventata film con un’altra serie, quella animata, Star Wars: The Clone Wars. Da riscontrare anche un inaspettato cameo di Martin Scorsese nel ruolo di uno chef alieno proprietario una tavola calda ambulante.
Durante il corso di The Mandalorian and Grogu sembra palese il tentativo di Favreau di distaccarsi dall’estetica seriale cercando di imitare altri titoli cinematografici; e così si può notare in una delle scene centrali del primo atto, dove i due protagonisti incontrano per la prima volta Rotta the Hutt, atmosfere alla Blade Runner, mentre nello scontro finale, nel regno fluviale dei Gemelli Hutt, il regista attinge dalla creatura di James Cameron, Avatar. Queste aspirazioni, evidenti e a tratti bene evidenziate, non bastano all’ultimo film dell’universo di Star Wars per distaccarsi dal suo impianto seriale.
Se infatti l’essere fuori ma all’interno di Star Wars è sempre stata la carta vincente della sua versione seriale, al cinema tutto il mondo di Lucas deve per forza avere un senso sia per il pubblico e sia per la stessa eredità del franchising. Invece, proprio per questa difficoltà a trasportare la serialità nel cinema, il film non riesce nemmeno a riportare quel viaggio dell’eroe di “Mando” che la serie riusciva bene a far emergere.
È evidente che, per l’effetto merchandising e per le prospettive di successo al botteghino, The Mandalorian and Grogu punta quasi tutto su quest’ultimo, un piccolo yoda capace di intenerire famiglie e bambini, ma anche di aiutare il suo “Mando” quando serve. Qui, infatti, il film, seppur solo nel finale, cerca di salvare se stesso e l’intero prodotto. Paradossalmente l’ultima gamba cinematografica di Star Wars diventa film reale, distinguendosi dalla sua natura episodica, solo nel terzo atto quando il rapporto di sopravvivenza e amicizia si intensifica maggiormente arrivando al più alto grado drammaturgico.
Mandalorian and Grogu è un’operazione sbagliata fin dal principio. Trasportare al cinema un prodotto già cosi fortemente serializzato richiedeva una struttura più filmica che la scrittura di Favreau e Filoni fa emergere solo in ristretti spazi. Un film che è però comunque in linea, se non superiore, con progetti più ambiziosi e costosi della saga di George Lucas degli ultimi anni. Già questo dovrebbe essere una potente avvisaglia per i prossimi Star Wars in cantiere.
di Antonio Quaranta