Passenger

La recensione di Passenger, di André Øvredal, a cura di Gabriele Barrera.

«Sì, viaggiare. Senza per questo cadere nelle tue paure». Era il 1977 e Lucio Battisti cantava queste parole che si adatterebbero all’incipit dell’horror on the road Passenger, di André Øvredal, ora in sala in un maggio 2026 già stipato di film dello stesso genere appena usciti (Obsession di Curry Barker) o al nastro di partenza (Backrooms di Kane Parsons). Sì, viaggiare, si diceva. Due fidanzati, Tyler (Jacob Scipio) e Maddie (Lou Llobell), sbaraccano il proprio appartamento a New York per salire a bordo d’un camper Mercedes e percorrere la lost highway dei loro sogni. O magari dei loro incubi, perché l’avere visto lungo la via un incidente stradale particolarmente cruento fa sì che un’entità demoniaca- nota agli habitués dei viaggi in camper col nome del Passeggero, interpretato da Joseph Lopez ed a mezzo fra il creepy hobo di Mulholland Drive e Ozzy Osbourne – perseguiti da quel momento i fidanzati. Sarà reale? Sarà una proiezione della loro paranoia? Una medaglia di San Cristoforo, patrono dei viaggiatori, può tener lontano l’uomo nero? Forse no.

Classe 1973, già autore del folk horror Troll Hunter (2010), poi di un pugno nello stomaco per metà estremo e per metà insignificante come Autopsy (2016), poi ancora di Scary Stories to Tell in the Dark (2019, da una storia di Guillermo del Toro, basata sui libri per ragazzi di Alvin Schwartz), infine del pasticcio produttivo Demeter – Il risveglio di Dracula (2023), il regista norvegese Øvredal, qui autore di un b-movie mid-budget che non si dà troppe arie, realizza in Passenger almeno due sequenze da antologia. Quando Maddie è sola nel parcheggio deserto di una palestra 24h/24, in cerca del suo camper a cui far ritorno, i battiti cardiaci e i passi si mischiano in un vortice infinito, il van pare spostarsi di stallo in stallo, appare chiaro che Øvredal possa far molti minuti di ottimo cinema assolutamente con niente, e che addirittura l’esoscheletro del camper, così come di qualsiasi automezzo, sia la metafora delle difese che abbiamo contro l’angoscia, che si dica Passeggero o in qualsiasi altro modo reificato. In un’altra sequenza, in un bosco, di notte, Tyler e Maddie tirano un  telo per una proiezione intima di Vacanze romane, ma lì arriva il Passeggero, ed ecco che i volti di Gregory Peck e Audrey Hepburn si stagliano, grazie a quella specie di torcia che è il proiettore, contro il perturbante forestiero, in una lotta tra generi muso contro muso fra commedia romantica e cinema dell’orrore.

Ed è in sequenze come queste che ci si può scordare che Passenger viva di girandole di citazioni, da Jeepers Creepers – Il canto del diavolo a The Hitcher – La lunga strada della paura, per non tirare in mezzo Duel, per carità, o l’inclita serie tv Ai confini della realtà. E così ci si potrà anche scordare (e non è facile) che il finale viri verso l’insulso in un climax d’effetti speciali nati morti. Sui titoli di coda, The Passenger è cantata da Iggy Pop, era il 1977.


di Gabriele Barrera
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