Allora balliamo

La recensione di Allora balliamo, di Amélie Bonnin, a cura di Guido Reverdito.

Cécile ha quarant’anni, un successo televisivo alle spalle grazie a un programma di cucina di grande popolarità e un sogno sul punto di realizzarsi: aprire il proprio ristorante gourmet a Parigi, frutto di anni di duro lavoro e ben riposte ambizioni. Gli ultimi dettagli del menù sono ancora in lavorazione quando un test di gravidanza annuncia una novità imprevista. Il momento peggiore per fermarsi. Eppure è proprio quello che succede: come se questo imprevisto non bastasse a rompere le uova nel paniere, un ennesimo infarto del padre la costringe a lasciare la capitale e tornare nel paesino di provincia in cui è cresciuta. I due o tre giorni di permanenza previsti si trasformano invece in una sosta più lunga, immersa nei ritmi lenti e familiari di un mondo che credeva di essersi lasciata alle spalle. Il ristorante del padre – un posto frequentato da camionisti, lontano anni luce dall’alta cucina cui aspira – diventa il centro di una storia fatta di contrasti: tradizione contro ricerca, città contro campagna, passato contro futuro.

Ed è ovviamente in questo microcosmo in cui si sentiva soffocare che riaffiorano nodi del passato mai arrivati al pettine. Tra le stradine che conosce a memoria, Cécile incrocia per caso il suo primo amore, il fidanzatino del liceo che pensava di aver dimenticato. Le emozioni sopite si risvegliano. Le certezze che sembravano incrollabili iniziano a incrinarsi. Tra nostalgia e scelte difficili (la gravidanza inattesa, il compagno a Parigi che l’attende per inaugurare il ristorante, il padre cardiopatico con cui ha sempre avuto un rapporto vagamente conflittuale), la protagonista si ritrova a fare i conti con ciò che è davvero e con ciò che vuole diventare, scoprendo suo malgrado che la vera ricetta della felicità non è quella che aveva immaginato.

Amélie Bonnin è una documentarista francese al suo primo lungometraggio di finzione, che però ha qui sfruttato materiale già esistente: Allora balliamo (fuorviante e risibile titolo italiano da musicarello in ritardo che tradisce in pieno l’originale Partir un Jour, ben più efficace nell’anticipare uno dei temi portanti dell’intero film) nasce infatti dall’espansione di un suo cortometraggio che aveva già ottenuto ottimi riscontri – tra cui un César nella categoria di appartenenza – e che vedeva protagonisti Juliette Armanet e Bastien Bouillon, qui confermati nei ruoli principali. Un’operazione sempre rischiosa, quella di dilatare un’opera breve fino a novanta minuti, e raramente efficace. In questo caso, la regista ha avuto l’accortezza di ribaltare il punto di vista: nel cortometraggio il protagonista era un uomo, mentre nel film diventa infatti una donna sulla quarantina, con tutto il peso delle scelte che questo comporta.

Il risultato è un insolito mix di commedia e musical– o forse, come suggerisce qualcuno, un film-karaoke – in cui canzoni più o meno note (ma soprattutto per il pubblico transalpino e non per noi) e adattate per l’occasione vengono messe in bocca agli attori. Non però un musical nel senso tradizionale del termine: gli interpreti, rigorosamente dilettanti a parte la protagonista, sono inevitabilmente stonati e meno che amateur, il che contribuisce inevitabilmente a creare un effetto di autoironia consapevole. Ogni scena di una qualche certa importanza si chiude con un numero cantato, con il testo che scorre come in un karaoke (espediente anticipato dai titoli di testa e poi ribaditi in quelli di coda). Ma ci sono anche momenti in cui la scelta musicale funziona al di là dei confini nazionali, come per esempio accade con un pezzo di Céline Dion cantato a squarciagola come antidoto alle pene d’amore.

Il film appartiene a quella categoria di opere che costituiscono una prerogativa del cinema francese (che piaccia o faccia storcere il naso a chi non è un fan di questo tipo di approccio): e cioè la capacità di raccontare storie radicate nella realtà quotidiana – grazie ai volti giusti e a dialoghi ben calibrati oltre che credibili – aggiungendo quel tanto di astrazione concettuale che permette di prendere di petto temi dal forte peso specifico, visto che qui si parla di maternità non voluta, di conflitti generazionali attorno alla cucina e alla tradizione, così come di amori giovanili che si scopre hanno lasciato un’impronta più duratura di quanto si potesse immaginare. Tutto questo con una buona dose di garbo e qualche sorriso, senza la pretesa di dire l’ultima parola su nessuno di questi temi.

La scelta del Festival di Cannes 2025 di aprire la propria edizione con questo film non era stata quindi casuale (pur potendo risultare un po’ spiazzante per palati esigenti): Allora balliamo è un intrattenimento piacevole, non avulso dalla realtà, che sa muoversi con leggerezza tra il piano del racconto e quello della riflessione. Qualche perplessità, per il pubblico internazionale, può arrivare dai riferimenti musicali quasi del tutto francesi, che perdono per forza di cose parte della loro risonanza al di fuori del contesto originario. Ma l’insieme convince, anche se senza pretese di lasciare il segno.


di Guido Reverdito
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