The Singers

La recensione di The Singers, di Sam A. Davis, a cura di Nicolò Frasson.

Anche Netflix decide di prendersi una fetta di questi Oscar. Parliamo di The Singers, cortometraggio premiato dall’Academy e diretto da Sam A. Davis, che si porta a casa la seconda statuetta dopo il più tardo documentario (sempre in modalità short movie) Period. End of Sentence nel 2019. La storia prende spunto da un racconto di Ivan Turgenev, scritto nel 1850, e adattato a un contesto contemporaneo.

Siamo in un piccolo pub di periferia. Fuori c’è l’inverno al suo culmine. Nel locale la tristezza prevarica sul silenzio: i pochi che conversano sussurrano al tempo passato, qualcuno fa barzellette penose. Ci sono vecchi lupi di mare, scarti di galera, gente che affoga le farfalle nello stomaco con dello scotch chiuso male o con pinte di birra di cui ormai ha scordato il conto. Il mortorio viene scosso quando la persona più improbabile lancia una sfida musicale.

Il film è girato in 35mm, con le voci naturali degli attori, quindi senza ricorrere al playback. I dialoghi, in gran parte improvvisati, permettono ai protagonisti di raccontare il proprio vissuto ed essere dunque totalmente spontanei, creando un trait d’union fra reale e finzione. Il blues, si alterna al country, fino alla lirica. Le vibrazioni si armonizzano grazie a Elvis, Wagner, Al Green. É un inno alla musica catartica, ma anche agli ultimi, a quell’umanità stropicciata che non ha mai voce. Ironia della sorte. Ma quando le corde vocali vibrano, i momenti di sconforto, per un amico perso o per un matrimonio fallito, possono essere condivisi insieme attraverso le note. E forse, essere un po’ meno soli alla fine della giornata. We’re lonely, we’re romantic, we struggle and we stagger, canta Leonard Cohen nei titoli di coda.


di Nicolò Frasson
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