The Good Sister

La recensione di The Good Sister, di Sarah Miro Fischer, a cura di Roberto Baldassarre.

The Good Sister (Schwesterherz, 2025) segna il debutto nel lungometraggio della giovane filmaker Sarah Miro Fischer. Un esordio, di cui ha curato la sceneggiatura assieme ad Agnes Maagaard Petersen, incentrato sull’arrischiato tema dello stupro. Argomento già al centro del suo cortometraggio Spit (2022), nel quale una ragazza ha un turgido sogno erotico in cui viene violentata. Perplessa e curiosa per questa violenta fantasia onirica, indaga sul perché abbia avuto inconsciamente questo desiderio. Investigazione che affronta anche la giovane protagonista Rose (Marie Bloching), che cerca di diradare i crescenti dubbi che la assalgono riguardo il fratello e l’effettiva delimitazione tra consenso e diniego. Pertanto The Good Sister non è una disamina accusatoria, con i conseguenti traumi e iter giuridico, sullo stupro, perché tutto è lasciato fuori campo o è soltanto marginale allo svolgimento del racconto. Alla regista interessa concentrarsi su come una presunta violenza carnale possa incrinare un solido e duraturo rapporto familiare, in questo caso tra una sorella e un fratello. Rose, che entra in scena con fare perso, è una figura femminile doppiamente fragile, poiché appena scaricata dalla sua fidanzata e l’improvvisa notifica di testimoniare contro il fratello Samuel (Anton Weil) la getta in una confusione d’incertezze. Da un lato non crede assolutamente che il fratello possa essere un violentatore, dall’altro, come donna ed ex fidanzata di una ragazza, gli appare lo spauracchio della prepotenza maschile. Rose era presente la notte quando è accaduto il fatto ma, come ugualmente gli spettatori, soltanto come testimone uditiva. I rumori e i dialoghi che provengono dall’altra stanza sono poco comprensibili e la vittima, che va via dall’appartamento, ha un comportamento silente e incerto quando ha uno sfuggente confronto con Rose. È su questa incertezza sensoriale (visiva-uditiva), cui si aggiunge la fedeltà verso il fratello, che l’ha accolta e protetta, rispetto a una madre in un certo qual modo meno protettiva: ritiene che sia un fardello per Samuel, figlio indipendente e rispettabile. La regista non dirada le perplessità, anzi pigia maggiormente su queste crescenti incertezze che conducono Rose a una personale investigazione. Prima rintracciando la vittima, per cercare di risolvere la questione chiedendo scusa, successivamente “proponendosi” lei come cavia, per vedere se un uomo possa interpretare erroneamente un flirt spingendosi alla violenza fisica. Lei stessa, nell’atto della copula con il suo compagno di corso, lo istiga verbalmente alla violazione. The Good Sister è tutto costruito su questa perenne tensione emotiva della protagonista, che cerca delle risposte sia nel fratello quanto in se stessa. Da un lato l’aspetto oggettivo (l’indagine sullo stupro), dall’altro la prospettiva soggettiva di Rose. Tutto poggia sulla sua testimonianza, che può essere salvifica o dannosa per le sorti di Samuel. Usando metafore visive (il rubinetto che perde e Rose che cerca di ripararlo) e un efficace uso del suono, che amplifica quei rumori che diventano violenti (il gocciolio del citato rubinetto o la ceretta che si trasforma in violenza fisica), Sarah Miro Fischer non cerca di dare soluzioni, come ben attesta il finale, ma appunto fare una disamina su quanto un improvviso fatto violento possa intaccare un saldo rapporto interpersonale. L’amante del fratello, benché inizialmente perplessa, accetta la versione di Samuel. Merito di questa funzionale indagine cinematografica è anche per l’aderenza al personaggio di Marie Bloching, che incarna una pudica figura precipitata in un’irresoluta vicenda familiare e femminile.


di Roberto Baldassarre
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