Mother Mary
La recensione di Mother Mary, di David Lowery, a cura di Emanuele Di Nicola.
Due donne. Una popstar di fama planetaria, Mother Mary nel corpo di Anne Hathaway, e una stilista di successo mondiale, Sam incarnata da Michaela Coel. David Lowery gira un’altra ghost story sotto mentite spoglie, con Mother Mary, malgrado la frase di lancio si affanni a negarlo: c’è uno spettro dentro la protagonista, senza vero nome, e ancora una volta il fantasma è un lenzuolo con due buchi al posto degli occhi, che qui torna nella forma di tessuto rosso. È un archetipo prosciugato, un ritorno alla forma di primaria di ciò che fa paura e genera rimosso. Perché c’è qualcosa di non detto tra le due, che si impone gradualmente dopo che Mother Mary irrompe nella dimora di Sam per chiedere di confezionare un nuovo abito. Per riavvicinarsi dopo la rottura nel passato, di cui non consociamo gli estremi. “Volevo cambiare”, dice solo la star, mentre la costumista contesta il doloroso abbandono improvviso. Era un sodalizio artistico? Addirittura stavano insieme? Non è dato sapere.
Ciò che è certo, dopo l’incipit musicale sul palco – le musiche sono di Charli XCX, Jack Antonoff e FKA Twigs – è che Mother Mary cavalca oggi la gloria globale, nell’immagine fulgida di Hathaway che ricorda Natalie Portman in Vox Lux e la Rady Raven di Trap: evidentemente la popstar è una forma dell’incubo per gli autori nel presente. L’altra certezza è che le due donne dopo pochi minuti si chiudono in uno spazio, uno stanzone atelier, che è palco teatrale e anche non-luogo: inizia tra loro una graduale ma inesorabile contesa psicanalitica su un campo di battaglia che fa affiorare rimorso, orrore e disperazione. Il kammerspiel Hathaway-Coel all’improvviso si apre, attraverso trasfigurazioni immaginifiche racconta il passato oppure l’immagine mentale di esso: le due hanno visto lo stesso fantasma… E l’una diventa esorcista dell’altra.
Peccato che il nuovo film di David Lowery, dopo un principio promettente, diventi subito confuso e pasticciato, perennemente incerto sulla direzione da prendere. Pieno di false piste preterintenzionali: prima allestisce una sfida da camera e poi la “tradisce” aprendo le porte, ma solo per innescare una deriva simbolica fatta di immagini tutte risapute. Lo spirito vermiglio, sotto forma di vestito, che “penetra” la cantante insinuandosi nelle ferite è una metafora più che evidente, non da leggere ma già sciolta per la facile comprensione del pubblico; così come il rapporto tra le co-protagoniste, lasciato strategicamente implicito, si risolve ovviamente con l’una come salvatrice dell’altra. Cosa c’è al nocciolo: un trauma passato, un amore, un dolore, la maledizione della fama? Quando si sfiora il “tema” ogni ipotesi suona ugualmente banale. Ma il colpo decisivo lo sferra la costruzione visiva, mai così sfuggita di mano in un’opera di Lowery: prolissa, logorante, reiterata eppure incapace di farsi segno stilistico, di costruire un senso. Nell’abisso di Mother Mary puoi vedere quello che vuoi, forse anche niente. Il regista ha bisogno di una penna alla sceneggiatura, che non sia la sua e lo aiuti ad orientarsi nella selva del film-mente, nelle sue figure difficili perché troppo conosciute, ma tutto sommato non obbligatorie. Fa piacere, comunque, ritrovare il lato oscuro di Anne Hathaway che nella sequenza migliore si produce in un ballo dolente e isterico senza musica; una sorta di negativo possibile di Andrea ne Il diavolo veste Prada, il ruolo più morboso dal tempo di Havoc.
di Emanuele Di Nicola