Portobello

La recensione di Portobello, di Marco Bellocchio, a cura di Gianlorenzo Franzì.

Aprire le porte all’indicibile”, viene detto nella prima puntata (di sei) di Portobello di Marco Bellocchio, quando la presenza di Paola Borboni nella trasmissione Rai ci introduce ad un tono sempre in bilico tra la realtà e il sogno; e se è vero che le prime sequenze sono sempre rivelatrici per capire il senso nascosto di un film, questa frase suona perfettamente come epitome dell’intero corpus del regista di Bobbio.

Più che un regista, autore immenso, spesso profetico, sempre gigantesco nel raccontare non solo la propria epoca ma capace di creare racconti segnanti per tutta la storia moderna dell’Italia: e per quanto all’inizio potesse essere sembrato difficile, anche Portobello -che ovviamente si porta dentro la storia anzi il calvario giudiziario di Enzo Tortora- nelle sue mani diventa materia ribollente capace di essere plasmata con il contorno delle sue ossessioni.

La famiglia, la politica e il potere con i loro codici, un’immanenza misteriosa e religiosamente laica, la follia; sono caratteristiche che vengono immerse in quella zona grigia fatta di memoria e compongono un film enorme che sta al confine tra prison movie e film horror. Il processo (che si svolge solo nelle ultime due puntate) è il teatro perfetto per la messa in scena dell’incubo kafkiano di questa seconda avventura seriale di Bellocchio: e per quanto i suoi contorni si dilatino a dismisura, tutto Portobello diventa un’opera liminare dove lo spettacolo -nel senso più cinematografico possibile- riesce a fondersi in maniera coerente e perfetta con i fantasmi del regista:perché è un viaggio onirico e terribile nell’Italia degli anni bui che ovviamente mostra le ombre lunghe ancora oggi, nel tentativo di psicoanalizzare un paese mentre ne racconta la perdita dell’innocenza. È anche per questo motivo che queste sei puntate (che sortiscono l’effetto che ogni serie dovrebbe fare, ovvero quello di far desiderare al pubblico una visione infinita) sono imprescindibili anche se ovviamente distaccate da tutta la filmografia di un regista che anno dopo anno, dal 1965 ad oggi, sta filmando la sua Storia d’Italia per audiovisivo nella quale ogni tassello -film, serie o documentario che sia- è intimamente legato con gli altri.

L’aula di tribunale dove Tortora (l’incredibile Fabrizio Gifuni) viene messo sotto torchio da quel PM che è Marmo di nome e di fatto (superlativo, come tutti gli altri, Fausto Russo Alesi; e visto che si parla di giganti, impossibile non citare Lino Musella) riecheggia quella de Il traditore; la sezione della DC che si intravede ogni tanto ci riporta ad Aldo Moro, a Buongiorno notte ed Esterno giorno; le visioni di Pulcinella e del circo sembrano squarci della psiche e vengono fuori da Fai bei sogni. Un unicum straordinario, dove non c’è veramente inizio e fine, ma solo uno sguardo lucido, tesissimo, sulla nostra realtà dove presente, passato e presente si confondono.

Il sequestro Moro, le Brigate Rosse, le stragi di Mafia, il caso giudiziario di Tortora, i maxi processi, i pentiti, la Nuova Camorra Organizzata: non c’è tutto questo nella narrazione di Portobello eppure c’è, perché Bellocchio conosce benissimo gli angoli bui e ogni granello di polvere sotto ogni tappeto e mette tutto in mostra sul set, dando di volta in volta una forma esteriore diversa ma tornando sempre a raccontare quella Storia lì. Stavolta c’è il teatro dell’assurdo, Pulcinella, la Commedia dell’Arte che si intersecano con Kafka e il Processo, a costruire la chiave di volta di un film lungo sei ore immaginifico, surreale, a tratti felliniano, ma in ogni caso profondamente, intrinsecamente bellocchiano. Strepitoso.


di Gianlorenzo Franzì
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