Eyes Wide Shut

La recensione di Eyes Wide Shut, di Stanley Kubrick, a cura di Francesco Maggiore.

È tornato nelle sale a quasi 30 anni di distanza con Lucky Red,  Eyes Wide Shut, l’ultimo criptico film testamento di Stanley Kubrick. La sua visione appare come stratificata e spaventosamente profetica nell’esplorare le pulsioni più inquietanti della psiche umana. Alla sua uscita, il film venne recepito come un dramma da camera eccessivamente dilatato, ma oggi appare come un monumentale saggio antropologico sulla cecità del potere e sulla fragilità delle strutture borghesi.  Uno degli elementi che la proiezione sul grande schermo esalta, è la natura artificiale di una New York kubrickiana, tetra e oscura. Il regista ha da sempre considerato il Regno Unito come la sua vera casa, e qui ha girato la pellicola, che rifiuta il realismo per abbracciare un iperrealismo psicologico. Le strade che il dottor Bill Harford percorre, non sono fatte di asfalto e mattoni, ma di proiezioni mentali. Il contrasto cromatico è violento: il blu cobalto delle notti esterne (freddo, asettico, alienante) si scontra con le tonalità ambrate e calde degli interni domestici, che da apparente rifugio, diventano presto prigioni dorate. In questo spazio liminale, il regista mette in scena il fallimento di una coppia: Il medico Bill Harford (Tom Cruise) “guarda” tutto:  il corpo della moglie Alice (Nicole Kidman), le tentazioni della notte trasfigurate in altri seducenti corpi femminili, il rituale satanico a Somerton; ma non “vede” nulla finché la realtà non lo travolge.

E’ quì che è evidente il paradigma degli occhi chiusi aperti, perché nessun sogno è mai veramente un sogno, come il “doppio” tratto dall’autore di riferimento Arthur Schnitzler. Impossibile oggi analizzare la sequenza della villa di Somerton senza che il pensiero corra ai fatti di cronaca che, decenni dopo, hanno scosso le alte sfere del potere globale. Il parallelo tra l’orgia rituale del suo autore con le terribili vicende legate ai “files di Jeffrey Epstein”, non è più solo una suggestione da complottisti, ma una chiave di lettura sociologica. Kubrick, con la sua consueta precisione chirurgica, aveva già messo a nudo la struttura di un’élite che si muove al di sopra delle leggi. Essa è protetta da maschere che non servono a celare l’identità individuale, ormai annullata dal rango, ma a sancire l’appartenenza a una casta sacerdotale del privilegio.

Come nelle cronache dell’isola di Little Saint James, anche in Eyes Wide Shut il sesso non è piacere, ma esercizio di dominio e linguaggio cifrato di una gerarchia inaccessibile. Quella villa è il luogo dove il capitale diventa culto e dove l’intruso, il “borghese” Bill, viene punito non per la sua immoralità, ma per la sua ingenua pretesa di poter guardare dietro il velo senza pagarne il prezzo. Ad alimentare questo clima di oppressione è il sound design ossessivo, dominato dalle note isolate e martellanti di György Ligeti. Se le immagini di Kubrick stordiscono per la loro bellezza, la musica funge da “sveglia psicologica” che tormenta lo spettatore: quel singolo tasto di pianoforte ripetuto non è solo colonna sonora, ma il battito di un’angoscia che non lascia via di scampo. Il cineasta modella la performance di Tom Cruise sulla sottrazione; non a caso il suo Bill Harford è un uomo la cui intera esistenza è basata sulla presunzione di controllo.

Quando Alice, attraverso un monologo che rimane una delle vette più alte della recitazione moderna, gli rivela la potenza del proprio desiderio inespresso, l’ego dell’uomo va in frantumi. La sua odissea notturna è solo un maldestro e disperato tentativo di riaffermare la propria virilità attraverso il possesso o l’avventura, solo per scoprire di essere una pedina in un gioco molto più grande e pericoloso. La chiusura avviene nel tempio del consumo moderno (un negozio di giocattoli), e i colori del Natale appaiono sinistri e svuotati del senso gioioso che dovrebbero avere. L’invito finale di Alice a “svegliarsi”, e la celebre parola conclusiva, rappresentano l’unico atto di resistenza possibile. Ovvero, l’accettazione della nostra natura carnale e imperfetta contro le astrazioni del potere e le funzioni dell’intelletto.

Eyes Wide Shut torna al cinema per ricordarci che in un mondo di sorveglianza totale e di élite invisibili, l’unico spazio di libertà rimane quello, doloroso e onesto, che riusciamo a costruire tra le pieghe della nostra coscienza. In un’epoca dominata dalla fruizione rapida e dai montaggi frenetici, questo ritorno ci costringe inoltre a confrontarci con una temporalità diversa. Quella che nel 1999 fu scambiata per una narrazione troppo dilatata, oggi si rivela come unatensione ipnotica necessaria. Kubrick non ha fretta perché sa che la verità ha bisogno di tempo per sedimentare; la sua è una lentezza che agisce come un bisturi, incidendo la superficie della realtà per metterne a nudo i nervi scoperti. Il suo è un capolavoro che non smette di porre interrogativi tra chi semplicemente guarda e decodifica, ma oggi più che mai, sembra aver letto (e predetto) il futuro prima ancora che accadesse.


di Francesco Maggiore
Condividi

di Francesco Maggiore
Condividi