Intervista a Giuseppe William Lombardo
Paola Casella ha intervistato il regista di Lo scuru, film in concorso alla 29esima edizione del Tertio Millennio Film Fest.
Il suo film d’esordio al lungometraggio, Lo scuru, ispirato al romanzo omonimo di Orazio Labbate, debutta oggi in concorso alla 29esima edizione del Tertio Millennio Film Fest, dal 5 al 9 novembre presso il Cinema Teatro Don Bosco di Roma, ed è stato selezionato per l’Efebo d’Oro: il regista e sceneggiatore siciliano Giuseppe William Lombardo ha solo 31 anni, ma respira cinema fin da sempre. “Sin da piccolo giravo cortometraggi, prima in 16mm poi in digitale, e a 17 anni un mio corto venne visto in un piccolo festival della Sicilia da Fernando Balestra, all’epoca capo della sovrintendenza del Teatro Antico di Siracusa, che mi propose di fare l’assistente alla regia di Claudio Longhi per il Prometeo incatenato”, racconta Lombardo. “In quel periodo Roberta Torre stava curando la regia di Gli uccelli di Aristofane, e io appena possibile mi intrufolavo in teatro a vedere le sue prove. Da lì la corteggiai per chiederle di diventare il suo assistente personale, cosa che ho fatto per due anni a Palermo. Stare accanto a Roberta è stata una grande palestra umana e professionale per capire che questo mestiere non è soltanto il set ma anche saper vendere i progetti, facendo sognare coloro che devono aiutarti a realizzarli. A Roberta sarò sempre grato perché mi ha protetto, coccolato, anche bastonato quando mi serviva: a 17-18 anni sono pochi i ragazzi che possono dire questo”
Hai dichiarato che Lo scuru è nato da un’esperienza di dolore. Puoi parlarcene?
Non entro nello specifico, ma a 19 anni, subito dopo gli esami di Stato, una persona a me molto cara è scomparsa in circostanze particolari, e questo ha slatentizzato il mio disturbo ossessivo. Quell’evento traumatico mi mise davanti per la prima volta la morte: a 19 anni non ci pensi, hai la vita davanti. Sono entrato in psicoterapia, e mentre pensavo a un cortometraggio per far uscire fuori le cose che avevo dentro mi sono imbattuto nel romanzo Lo scuru. Sai quando trovi un autore che in un determinato momento ti dà le risposte che cercavi, e ti fa entrare in una comfort zone per cui ti dici: allora quello che sto provando non è così strano? Con Lo scuru ho fatto per la prima volta i conti con quello che mi era successo.
Infatti racconti ciò che il protagonista prova dal di dentro, mentre spesso il disagio mentale viene visto solo dall’esterno.
Raccontare il disturbo mentale, cosa significhi avere certe immagini nella mente, non è facilissimo. Ho voluto calarmi in uno stato di ansia e angoscia, a rischio anche di calcare troppo la mano e rendere il film respingente: ma volevo che il pubblico provasse quel dolore che a volte non è soltanto fisico.
Hai anche accostato il disagio mentale a certe pratiche “pagane”, come esorcismi e fatture.
Vengo dalla Sicilia dove questo sincretismo è fortissimo, ho visto persone che, quando accadeva loro qualcosa di strano, si rivolgevano alle mare, che sono le nostre fattucchiere, ma anche a preti come Padre La Grua o Fra Benigno, che mischiano tutto: sono cose che fanno tuttora parte della mia cultura.
E le colleghi anche al black magic di origine africana.
C’è un fotografo bravissimo, Francesco Bellino, che nel 2014 ha fatto sul Guardian un’inchiesta sulla tratta delle donne africane in Sicilia e la mostra Oridi, che in bantu vuol dire incubi, raccontando come attraverso la pratica del Juju queste ragazze vengono incatenate alla prostituzione in Sicilia: e nel quartiere Ballarò di Palermo ne ho viste tante. Molti psichiatri raccontano che quella che con gli strumenti della psichiatria è interpretata come una crisi psicotica o schizofrenica in Africa è vista come una crisi estatico-religiosa. Le categorie del dolore si mischiano anche con i fattori culturali, l’ambiente da cui proveniamo ha un peso sulle crisi interiori, quindi non potevo scindere le due cose.
Lo scuru attinge anche ad alcuni elementi del cinema di genere: il western, l’horror.
Non volevo calcare troppo sull’horror, anche se mi piace, ma creare la mia versione del gotico siciliano, ispirandomi anche al western, in quegli ambienti deserti che sono il correlativo oggettivo non solo dell’animo dei protagonisti del film ma dell’essenza vera della Sicilia. Sono stato molto influenzato da Ferdinando Scianna, che ha scattato le più belle fotografie in bianco e nero di quelle terre selvagge che da piccolo mi sembravano scenari western. Volevo far sentire il deserto siciliano, e anche i pozzi di petrolio, per scavare nell’anima più nera della mia terra: pensavo a Non è un paese per vecchi o Il petroliere, ma anche al cinema horror psicologico, che si sposa bene con quei territori.
Perché hai scelto di girare Lo scuru in bianco e nero?
Perché la Sicilia è una terra di contrasti, è la terra del carrubo dove però le campane suonano a morto, c’è il sole, dunque il bianco, ma anche il buio del pessimismo accanto alla luce. Da siciliano convivi sempre con un’atmosfera quasi funerea, come se a tratti tutto diventasse cupo. Cercavamo di esprimerlo con i colori ma non ci riuscivamo, e a un certo punto abbiamo detto: rischiamo un bianco e nero molto contrastato, mai uguale, perché abbiamo cercato diverse gradazioni di grigi e bianchi.
La fotografia contrastata di Lo scuru ricorda anche il lavoro di Sebastião Salgado.
Salgado era un punto di riferimento per la mia direttrice della fotografia, Sara Purgatorio, che non era mai stata in quella parte della Sicilia e durante i sopralluoghi, mentre io la bombardavo di immagini, mi disse: “Devi guardare le foto di Salgado, il più grande di tutti”. Con Sara c’è una grande amicizia e una sinergia, la nostra sarà una collaborazione a lungo termine perché sono artisticamente innamorato di lei da quando ho visto il suo lavoro in Blu Kids di Andrea Tagliaferri. Abbiamo gli stessi gusti, Sara mi sa anche contrastare, e sapevo che mi avrebbe aiutato a tirar fuori delle immagini potenti. Non ti nascondo che avrei potuto avere Daniele Ciprì o altri DOP, ma ho insistito e lottato per Sara continuerò a farlo perché credo che sia la migliore per interpretare quello che ho dentro.
Le direttrici della fotografia in Italia sono rare, in passato si pensava che fossero meno adatte per una questione di forza fisica.
Vi racconto un aneddoto: Sara è molto mingherlina, e prima delle riprese di Lo scuru ogni mattina andava a fare nuoto in piscina. Io le dicevo: “Che ti alleni a fare?” E Lei: “Guarda che tornerà utile, perché visto quello che vuoi fare devo mettermi in forma fisica perfetta”. Un mese dopo è arrivata sul set con certi muscoli, e tutti i movimenti di camera a spalla li ha fatti lei con una Ari Alexa con lenti anamorfiche, che non è una passeggiata di salute. Quei movimenti sono riusciti perché lei era in grande forma fisica, e tutt’uno con la macchina da presa: ha retto il film più di tutti noi, e io sono il doppio di lei. Se qualcuna può essere un esempio per le DOP e per l’industry è Sara Purgatorio.
Lo scuru sembra “dialogare a distanza” con Misericordia di Emma Dante, anche perché in entrami i film recitano Fabrizio Ferracane e Simona Malato.
Mentre stavo preparando Lo scuru non avevo ancora visto Misericordia, ma Fabrizio me ne parlava molto. Quando l’ho visto ho pensato che Emma ed io stiamo cercando di far vedere qualcosa di nuovo, perché la nostra terra non è soltanto Montalbano o I leoni di Sicilia. Lo scuru è il primo film di una trilogia con cui voglio esplorare una Sicilia diversa, non soltanto mafia, mare e sole, ma anche carne, sangue, lutto. Emma lo fa dal suo lato, anche molto in teatro, e il mio compito, da giovane regista siciliano, è cercare di trasportare il pubblico in una nuova dimensione, di farvi vedere la Sicilia, che è una terra magica, con i miei stessi occhi. E Fabrizio Ferracane e Simona Malato, insieme a Luigi Lo Cascio, sono fra i migliori performer siciliani contemporanei.
Hai potuto contare anche sulla collaborazione con uno dei nostri migliori compositori di musiche per il cinema, Santi Pulvirenti.
Io e Santi siamo accomunati, oltre che dall’essere siciliani, dall’amore per la Fisica, perché Santi è laureato in Fisica teorica, e per Ettore Majorana, su cui ho girato un cortometraggio che era alla Festa del cinema di Roma nel 2021. Già nel corto volevo avere lui come compositore ma non fu possibile per questioni di budget e tempistiche, e mi ero ripromesso che l’avrei stalkerato fino alla morte per lavorare con lui, gli ho scritto: “Ti chiedo di investire su di me come autore, se mi accetti per il mio primo film devi accettarmi anche per i prossimi”. E lui ha accettato. Penso sempre alla musica già in fase di scrittura e Santi è il primo a leggere le mie cose, fra noi si è creato un rapporto di fiducia e amicizia totale. Gli devo tanto, così come al montatore Ilario Monti, che con Santi ha lavorato su Lo scuru in grande sinergia. Ho avuto la fortuna di avere per questo primo film una bella squadra, e con Santi abbiamo l’obiettivo di chiudere la mia trilogia siciliana con un lungometraggio su Majorana.
A questo punto ci devi dire qualcosa del secondo film della trilogia…
Siamo in fase di scrittura, c’è un soggetto che è già quasi un trattamento, ci lavoriamo da tanto tempo perché è un progetto molto ambizioso, girato in maniera folle. Vorrei essere un autore in grado di parlare al pubblico, pur mantenendo la mia cifra: Lo scuru è stato un esperimento, è riuscito per quello che doveva riuscire e ne vado fiero, ma viene considerato un film difficile. Con il secondo film vorrei spingermi su un versante autorale che però sia anche accessibile, perché credo che il pubblico abbia bisogno di essere spinto in sala, vorrei prendere per mano gli spettatori e provare a farli veramente sognare: la prendo come una sfida personale.
di Paola Casella