Obsession

La recensione di Obsession, di Curry Baker, a cura di Gianlorenzo Franzì.

Nikky, la ragazza amata dal protagonista Bear, appare quasi sempre nel film in controluce, oppure oscurata, oppure ancora in lontananza e con i contorni sfumati: è letteralmente l’oscuro oggetto del desiderio declinato per gli anni Zero.

Perché se Obsession potrebbe essere la pietra tombale sulla “generazione alpha”, di sicuro è il suggello della pericolosità del desiderio, della sua inconoscibilità: da cosa nasce? Perché nasce? È il bisogno di colmare un vuoto, la volontà di possedere, la concupiscenza di avere altro da sé?

Curry Baker esordisce con un horror che da un lato colma i vuoti di It Follows, dall’altro si presenta come prequel teorico di Together: ma in ogni caso, coerente con sé stesso, alla base e prepotentemente segna una riflessione fondamentale sull’oggi e sul vuoto che si nasconde dietro i desideri più famelici.

Poi, attraverso i codici dell’horror, racconta cose molto attuali come le relazioni tossiche e lo sgretolamento dell’ego maschile, ma soprattutto distanziandosi di gran lunga da altre opere più o meno contemporanee (vedi The Keeper) preme l’acceleratore sul raccapriccio smorzandolo con uno humor nero che stempera la claustrofobia di una fotografia dai toni scurissimi, saturi e soffocanti.

È in questo senso allora che Obsession si staglia come il capofila degli elevated horror degli anni Venti, riassumendoli teoreticamente e frullandoli insieme in una miscela esplosiva, originale, personalissima: in avanscoperta ci sono le donne private dei diritti sul proprio corpo -Nikky ne è l’esempio più raggelante ed estremo: il sostantivo ossessione deriva da obsessio, termine latino che significa “assedio, occupazione”-, il patriarcato diffuso e di massa, ma tutto questo ovviamente senza che Baker -nessuna parentela con Clive- dimentichi una sceneggiatura emotivamente densissima e i sentieri del genere.

Dall’ambiguità di ogni inquadratura all’attesa spasmodica per il jump scare, dalle musiche che sfumano in dissonanza al lavoro sul corpo degli attori -facendo attenzione però a non parlare di body horror, perché è solo accuratezza nella messa in scena e consapevolezza dello spazio filmico: Obsession ha tutti i segni e i segnali al punto giusto per raccontare la paura più grande, ad oggi. Ovvero, l’essere ingoiato dai propri desideri divenuti realtà, trovarsi di fronte allo spaventoso iato tra ciò che sogniamo e ciò che abbiamo nel momento esatto in cui abbandoniamo la pulsione virtuale e ci affacciamo nella vita vera.


di Gianlorenzo Franzì
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