Springsteen: liberami dal nulla

La recensione di Springsteen: liberami dal nulla, di Scott Copper, a cura di Francesco Maggiore.

Il cuore di tenebra di Bruce Springsteen segna il legame mai reciso con il suo stato nativo, ovvero il New Jersey. Springsteen – Deliver Me from nowhere (in italiano Liberami dal nulla) è  prodotto, scritto e diretto da Scott Cooper. Il regista ci porta a conoscere il mito del The Boss, soprattutto dopo il biopic di James Mangold su Bob Dylan con Timothèè Chalamet. Quì Jeremy Allen White restituisce quello che è il dolore alle origini dei successi dell’uomo. La sua solitudine si riversa nella registrazione del suo album Nebraska (siamo nel 1982), e ne rappresenta l’ intimità più profonda.

Una scelta che Scott Cooper (qui anche produttore e sceneggiatore) riversa nei primi e primissimi piani del suo (eccezionale) interprete, che ha il compito non facile di incarnare i fantasmi interiori alle origini del mito. Il piccolo Bruce e quel rapporto con il padre alcolizzato già porta lo spettatore a chiedersi quale sarà la sua incerta traiettoria di vita futura. Nell’arena dove con la sua inarrestabile energia, quando intona Lucille, riesce a catalizzare l’attenzione del suo pubblico, fa emergere già il dettaglio del suo tormento interiore. Un’angoscia che è collegata alla figura paterna, ma che si ritempra nei tanti momenti rock della pellicola. E Jeremy Allen White si prenota già quasi certamente per una candidatura al Premio Oscar con il supporto dell’immancabile Jeremy Strong, ormai  specializzato in biopic come assistant di figure sia leggendarie che controverse (come The Apprentice di Ali Abbasi sugli anni giovanili di Donald Trump).

Ed è proprio il percorso di maturazione artistica che interessa a Cooper nel suo delineare una figura quasi mitologica nel rock, cioè un artista completo che è interessato al processo integrale della sua musica, ovvero “l’album” nella sua creazione artistica più matura e completa contro il “singolo” fortemente voluto dai produttori musicali e più commerciale. Ma è come se ci fosse un fuoco sacro a muovere la sua bruciante e ardente passione per la musica, e la metafora incendiaria appare in televisione con La rabbia giovane da cui Bruce sembra folgorato. E proprio la sanguinosa questione Starkweather, che ispirò il film di Terrence Malick con  fa nascere il suo lavoro più particolare, appunto Nebraska.

La riservatezza di Springsteen viene ritratta con attenzione alla sua scrittura sui taccuini, sul volto scavato e consapevole che enfatizza la paura del successo, cioè di diventare grande nel senso più ampio del termine. Sentirsi colpevole per il mondo che ha lasciato dietro di sé nel suo proiettarsi al futuro. Ogni imperfezione emotiva segna la storia che Springsteen voleva raccontare con Nebraska, ovvero il suo primo disco di supporto senza un tour, senza stampa e senza spiegazione. Quasi come se fosse una propensione all’autosabotaggio, che emerge da quel rapporto così contrastato, ma anche cercato con il padre nei numerosi ricordi minimal in bianco e nero. Il suo disco appare come una deviazione, non finito, non compiuto ma audace. “In questo ufficio, nel mio ufficio, noi crediamo in Bruce Springsteen”, dice Jeremy Strong nei panni del produttore discografico Jon Landau. Il senso stilistico, narrativo e tecnico di Deliver me from Nowhere sta nell’esplorazione della fragilità interiore della rockstar. Quello stesso tormento che regala in ogni sua performance musicale quasi antologica, eppure così profondamente umana. Preziosa, ma allo stesso tempo visivamente e anche insolitamente pacata, nel suo essere straordinaria.


di Francesco Maggiore
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