The Elephant Man
La recensione di The Elephant Man, di David Lynch, a cura di Michela Manente.
È un Lynch mostruoso quello di The Elephant Man che, dopo 45 anni, fa ancora inorridire e commuovere allo stesso tempo. Era il 1980 quando uscì in sala grazie al contributo di Mel Brooks che volle proprio l’americano a realizzare la sua seconda pellicola tratta da una storia vera e documentata. Oggi ritornato in sala con l’ultimo restauro degli anni 2020 di StudioCanal a partire dal negativo originale e con la supervisione del regista, The Elephant Man è entrato nella rassegna The big dreamer, composta da quattro titoli in omaggio al genio di Lynch a cinque mesi dalla sua scomparsa.
Ma cos’ha ancora di attrattivo questa prova così poco per bene ma che segue coerentemente le regole spazio-temporali della narrazione per immagini e uno svolgimento apparentemente classico? Non finisce mai di affascinare lo spettatore la curiosità morbosa dell’uomo per la mostruosità – il freak show ne è un esempio e anche il genere dei monster movie fin dal primo King Kong – e il personaggio di John Merrick appare davvero ben truccato nell’interpretazione magistrale di John Hurt (i calchi del corpo deformato del vero Merrick furono presi dal museo del Royal London Hospital): le luci e le ombre della fotografia in bianco e nero di Freddie Francis creano un’atmosfera suggestivamente tetra, calata nella Londra vittoriana e proto-industriale di metà Ottocento.
Il mostro (Merrick è il vero nome all’anagrafe del personaggio come Treves è il vero nome del chirurgo e autore del trattato scientifico del 1923 The Elephant Man and other Reminiscences), non appare subito: il regista fa vedere il suo concepimento in un’isola africana e, dopo un salto temporale di 21 anni, lo sfruttamento bestiale nel circo dei fenomeni da baraccone prima dell’incontro con l’illuminato dottor Frederick Treves dell’ospedale di Londra (Anthony Hopkins), membro della crème della società vittoriana che finisce per essere conquistata dalla grazia del reietto.
Il primo piano sugli occhi del dottore che lo vede per la prima volta, lacrimanti per la commozione, è speculare a quello sull’occhio dell’uomo-elefante che vede il mondo provare disgusto e ribrezzo per la sue deformità subumane. Un film epocale e irresistibile che inchioda lo spettatore alla poltrona per 125 minuti mettendo in scena una storia commovente e irritante insieme, una vicenda che ci ricorda, come sostiene John Merrick, che siamo esseri umani (“I am a human being”, rivendica il protagonista braccato dalla folla che lo insegue) e ci deve essere una dignità e un limite alla crudeltà e alla malvagità nei confronti del diverso. Solo Lynch, con il suo lirismo mai retorico e abilmente manovrato, avrebbe potuto riuscirci così intensamente. In fin dei conti il mostro non è l’uomo-elefante ma l’uomo che non lo ha accettato.

di Michela Manente