28 anni dopo

La recensione di 28 anni dopo, di Danny Boyle, a cura di Roberto Baldassarre.

A distanza di ventitré anni da 28 giorni dopo (28 Days Later, 2002) e a diciotto anni da 28 settimane dopo (28 Weeks Later, 2007) di Juan Carlos Fresnadillo, 28 anni dopo (28 Years Later, 2025) allarga questo franchise zombesco e politico e al contempo getta le basi per un nuovo corso, perché è già stato annunciato l’immediato sequel che sarà realizzato da Nia DaCosta. Una “saga” in cui ogni pellicola è autonoma nello sviluppo narrativo e ha come unico comun denominatore lo sceneggiatore Alex Garland, che sin dal primo film ha dato una chiara cifra metaforica.

Come già fece George A. Romero nella sua saga dedicata ai morti viventi, in particolare alla prima trilogia, il contagio, gli zombi, i militari, i superstiti e le città e/o terre desolate sono una cupa, e finanche grottesca, riflessione socio-politica. In questo terzo tassello, che a differenza dei primi due nasce dopo la pandemia Covid, si scocca una sardonica frecciatina alla Brexit, attraverso anche una piccola citazione cinefila a 1997: Fuga da New York (Escape from New York, 1981) di John Carpenter. Come spiega uno pseudo “mini Tg”, L’Inghilterra, dopo anche il respingimento dell’Europa, si è auto isolata e i pochi sopravvissuti hanno costruito su di un isolotto il loro fortino. In pratica un regno dentro il regno, tornato quasi all’epoca di Braveheart: le armi sono arco e frecce oppure catapulte. Medievalismo non soltanto a livello di primitivo armamentario per difendersi, ma soprattutto nella mentalità delle persone. Una società tornata a essere fallocentrica, come ben dimostra il padre di Spike (Alfie Williams), orgoglioso del proprio piccolo figlio che ha superato la prima prova di sopravvivenza e rassicurante con la moglie da diverso tempo inferma a letto, ma di nascosto si diverte con una ragazza per festeggiare questa prova.

Tornato alle redini della regia Danny Boyle, dopo che si era ritagliato soltanto il ruolo di produttore esecutivo per il capitolo numero due, la saga riacquista con lui quell’umorismo british che l’ha contraddistinto sin dal suo esordio, oltre che prendere un nuovo passo registico completamente diverso da 28 giorni dopo. 28 anni dopo è un canonico Coming of Age dove, però, il percorso di maturazione del piccolo Spike non avviene tramite la prima esperienza di caccia assieme al padre, ma quando scopre casualmente che il padre tradisce con tutta tranquillità sua madre. Un mito genitoriale che si frantuma, dopo le sagge parole che gli aveva proferito durante il forzato nascondiglio in una decadente casa coloniale.

E maturazione – traumatica – che si completa con il viaggio insieme alla madre verso il medico/stregone Ian Kelson (Ralph Fiennes). Per Boyle questa è la seconda volta che realizza un sequel, però se T2 Trainspotting (2017) era una pellicola marcatamente nostalgica (a suo modo), 28 anni dopo non offre nessun appiglio mesto al passato. La società pre-contagio non era di certo migliore, anzi questa pandemia infettiva ha creato famelici mostri ma ha reso evidente l’egoismo e la violenza di quelle persone che sono rimaste sane (e civili). Un popolo preso alla sprovvista anche perché assuefatto a programmi bonari, ipocriti e che inebetiscono come Teletubbies.


di Roberto Baldassarre
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