Mortal Kombat II
La recensione di Mortal Kombat II, di Simon McQuoid, a cura di Roberto Baldassarre.
Mortal Kombat II (2026) di Simon McQuoid certifica che produttivamente si vuole fare sul serio. Vale a dire che si rafforza l’idea di costruire un duraturo e accattivante franchaise sull’omonimo fortunato videogame picchiaduro degli anni Novanta. Un tentativo produttivo sperimentato già a fine anni Novanta, nel pieno fervore dell’arcade, ma che si arenò subitaneamente al secondo episodio causa pochi introiti.
Se nel primo Mortal Kombat (2021) erano state gettate le fondamenta primarie, con questo numero due si implementano quelle basi e si comincia a creare una più attenta mappatura di personaggi e luoghi delle vicende per eventuali episodi futuri (e forse Spin Off). A questo punto il giudizio critico sul film si scinde, dovendo separare la qualità del prodotto dalla funzionalità del medesimo. Trasporre un videogame retrò al cinema è, sostanzialmente, come adattare una piéce teatrale, non soltanto per quanto concerne l’ambientazione (negli arcade gli sfondi erano quadri stilizzati semifissi) ma soprattutto dare una valida struttura narrativa. Nei picchiaduro d’antan lo svolgimento della vicenda consisteva soltanto in una serie di scontri tra un personaggio, che il giocatore aveva optato a inizio gioco, e gli altri avversari (usualmente scelti da CPU) che si susseguivano a ogni livello. Nessuna progressione drammatica se non individuabile nel momento in cui al proprio personaggio resta poca energia e se subisse altri colpi ferali essi potrebbero essere fatali.
Ciò permane anche nella trasposizione filmica, perché il fulcro della narrazione restano i sanguinosi combattimenti tra buoni e cattivi. Iper-coreografate lotte osservate dagli spettatori (probabilmente estasiati) che vogliono conoscere chi vincerà. Sebbene sia (iper) scontato che trionferà il bene. Sceneggiato da Jeremy Slater, quotato screenwriter di film e propizi serial, Mortal Kombat II punta tutto sullo spettacolo, tra sfolgoranti scontri – di cui alcuni volutamente cruenti – e un’ambientazione fantasmagorica che implementa l’aspetto ludico del film. Si aggiunge, per oliare meglio le giunture dello storytelling, l’uso dello humour, particolarmente nei personaggi del truce Kano (Josh Lawson) e dello scanzonato Johnny Cage (Karl Urban), l’essere umano prescelto per salvare la terra. Goliardica figura che ricorda fisionomicamente Roddy Piper e, nell’intaglio caratteriale e di spiritosaggine, il Jack Burton di Grosso guaio a Chinatown (Big Trouble in Chinatown, 1986) di John Carpenter.
Accostamento non inusitato poiché in una delle prime battute salaci Cage scambia Lord Raiden (Tadanobu Asano) per un cosplayer affascinato del personaggio Fulmine del già citato film di Carpenter. Tutto ciò è Mortal Kombat II, un roboante blockbuster tra sincretismo culturale e cinematografico che non lesina sugli effetti speciali né sul divertimento (a sigillo la scena del falò con Baraka e alcuni bambini). Però all’interno scorre finanche l’usuale presa di coscienza (principalmente di Cage e altresì di Jade, l’amica/sparring partner di Kitana) a corroborare una storia che rimane soprattutto un picchiaduro.
di Roberto Baldassarre