Fuori la verità

La recensione di Fuori la verità, di Davide Minnella, a cura di Gianlorenzo Franzì.

Altro che sul lavoro: la repubblica italiana è fondata su due cose fondamentali, famiglia e televisione. E quando queste due istituzioni si incontrano e si scontrano, l’esplosione è devastante.

Fuori la verità è un high-concept potentissimo che svicola e fa lo slalom tra clichè e intuizioni narrative, mentre Claudia Pandolfi -una delle attrici più dotate e versatili del cinema italiano moderno, che il cinema stesso fatica a fare emergere come si deve-, Claudia Gerini -straordinaria interprete di drammi nonostante la sua provenienza dalla commedia- e Claudio Amendola -forse solo con la maturità ha messo a fuoco i suoi ruoli- triangolano un racconto mai sbilanciato tra vizi privati e (nessuna) pubblica virtù riflessi tra lo studio televisivo e il resto del mondo.

La sceneggiatura -dello stesso regista Davide Minnella con Elena Giogli, Michele Furfari, Gaia Marianna Musacchio- prende idee che girano nell’aria da sempre e le spinge all’estremo costruendo una storia che si gonfia sulle sue stesse iperboli, stringendo nello stesso tempo un patto tacito con lo spettatore per abolire il confine del kitsch così da potersi inabissare nella critica sociale senza dover badare a nulla. E allora gli si perdona tutto: dramma da soap-opera, famiglie con componenti con due o tre segreti pro-capite, sadismo da feuilleton. Il bello è che tutto è messo insieme a comporre una specie di presente distopico, quasi lambendo le tessiture sociali di Black Mirror, per arrivare ad un capovolgimento di senso per nulla banale che funziona da pietra tombale su clichè e banalità.

E che ci svela che il trash televisivo non è (solo) lo specchio del qualunquismo piccolo-borghese, ma diventa (soprattutto, inconsapevolmente o meno) il mezzo culturale per distruggere il perbenismo familistico.

Minella è un regista da tenere d’occhio, nel complicato mercato di oggi, per la sua innegabile capacità di unire uno sguardo disincantato sull’attualità ad un gusto per la piacevolezza affabulatrice delle sue storie, e per l’intelligenza con cui sa colorare le sue stilettate sociali grazie ad attori sempre in ruolo.

Lo aveva dimostrato con il suo originale e purtroppo sottovalutato Cattiva coscienza, e torna a farlo con Fuori la verità, un intreccio di vittime e carnefici, insomma, dove è vietata la bidimensionalità, che parte narrativamente da un assunto semplice ma ineluttabile: per vivere in un qualunque costrutto sociale, è necessario nascondere la verità.


di Gianlorenzo Franzì
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