La gioia
La recensione di La gioia, di Nicolangelo Gelormini, a cura di Guido Reverdito.
Con La gioia, Nicolangelo Gelormini (poliedrico regista, sceneggiatore e montatore con un passato da assistente di Paolo Sorrentino, un buon numero di cortometraggi di qualità al suo attivo e l’esordio nel 2020 con il bellissimo e forse sottovalutato Fortuna) torna a indagare le zone più opache dell’esperienza umana, costruendo un film che si muove tra suggestioni neo-noir e analisi psicologica, ma che rifiuta le coordinate più convenzionali del genere. Più che raccontare una vicenda criminale, il regista sembra infatti interessato a esplorare i meccanismi invisibili che regolano i rapporti di dipendenza affettiva, lasciando emergere un quadro profondamente inquieto.
La storia ruota attorno a Gioia (nomen omen e allo stesso tempo ossimoro concettuale se riferito al sentimento che è anche il titolo del film), insegnante di mezza età intrappolata in una quotidianità immobile, segnata da solitudine e da un rapporto familiare soffocante. L’incontro con Alessio, giovane sfuggente e opportunista, introduce una frattura nel suo equilibrio: ciò che inizialmente appare come un’occasione di riscatto si trasforma progressivamente in un legame ambiguo, in cui desiderio, bisogno e manipolazione si sovrappongono fino a rendere indistinti i confini tra scelta e costrizione.
Il film si ispira liberamente al caso di Gloria Rosboch, insegnante piemontese barbaramente strangolata nel 2016 da un ex studente e da un complice dopo essere stata coinvolta in una truffa. In quel caso, la donna era stata convinta a consegnare i risparmi di una vita con la promessa di un investimento e di un futuro radioso al sole della Costa Azzurra in un intreccio in cui fiducia, inganno e dipendenza emotiva si erano poi rivelati fatali. Gelormini evita però ogni ricostruzione diretta dei fatti, scegliendo invece di lavorare sulle risonanze emotive e morali della vicenda: ciò che interessa non è la cronaca, ma il modo in cui una relazione può trasformarsi in un dispositivo di controllo e autodistruzione.
In questo senso, La gioia – unico film italiano in concorso alle Giornate degli Autori della passata kermesse veneziana – si configura più come un’indagine sul desiderio che come un racconto di crimine. Il rapporto tra i protagonisti non è mai completamente decifrabile: Gioia non è solo vittima, così come Alessio non è riducibile a una figura puramente predatoria. Il film insiste su questa ambiguità, mostrando come il bisogno di essere visti e riconosciuti possa condurre a forme di autoinganno tanto potenti da annullare il senso del limite.
Le interpretazioni sono uno dei punti di forza dell’opera. Valeria Golino – mai vista in una versione tanto volutamente sciatta, trasandata e grigia – offre una prova intensa e controllata, costruendo un personaggio attraversato da fragilità profonde ma anche da una volontà ostinata di trasformazione. Il suo volto, spesso immobile e segnato (e in questo c’è da parte dell’attirce e regista napoletana una sorta di immedesimazione totale nel proprio personaggio in stile Actor’s Studio), diventa il luogo in cui si depositano tensioni e contraddizioni. Accanto a lei, Saul Nanni (già visto in nove film e molte serie TV di successo non ostante abbia solo 26 anni) restituisce con misura un personaggio sfuggente, capace di oscillare tra seduzione e freddezza, senza mai esporsi completamente. Il loro confronto è il vero centro gravitazionale del film.
Dal punto di vista formale, Gelormini adotta una regia sobria e trattenuta, privilegiando gli interni e una fotografia dai toni spenti che contribuisce a creare un senso di clausura emotiva. La narrazione procede per ellissi, evitando di esplicitare passaggi chiave e affidando allo spettatore il compito di ricomporre il senso degli eventi. Questo approccio rafforza il clima di inquietudine, ma al tempo stesso richiede una partecipazione attiva che può risultare impegnativa.
Il titolo stesso, La gioia (e forse non è nemmeno un caso che Gelormini abbia diretto uno dei sei episodi della serie TV L’arte della gioia, voluta fortemente dalla stessa Valeria Golino e tratta dal romanzo fluviale di Goliarda Sapienza), assume una valenza ironica e quasi paradossale. Nel film, la gioia non è mai un’esperienza piena, ma piuttosto una proiezione, un’aspirazione che si intreccia con il bisogno e con l’illusione. È qualcosa che si intravede, ma che sfugge continuamente, lasciando spazio a una tensione irrisolta.
Anche se il ritmo lento e dilatato rischia di appesantire l’intera operazione e la sovrabbondanza di soluzioni simboliche a tratti può dare l’impressione di essere troppo marcata, questi aspetti finiscono col risultare del tutto coerenti con un progetto che privilegia la densità emotiva rispetto alla chiarezza narrativa. Ed è per questo che La gioia, se da una parte può essere percepito come un film esigente e stratificato che non lo rende un prodotto per tutti, dall’altra finisce per diventarlo perché rinuncia a offrire certezze per interrogare lo spettatore sulle dinamiche profonde delle relazioni umane, concentrando il proprio obiettivo sulla fragilità dei legami, così come sulla facilità con cui il desiderio può trasformarsi in dipendenza e sulla sottile linea che separa la ricerca della felicità dalla sua negazione.
di Guido Reverdito