F1 – Il film

La recensione di F1 - Il film, di Joseph Kosinski, a cura di Emanuele Di Nicola.

Troppo spesso, nel bombing audiovisivo del presente, una visione si giudica pesandola su certi aspetti che attengono alla costruzione del film: prima di tutto la sceneggiatura. A volte, addirittura, si accende il termometro del già visto, il pilota automatico, la riproposizione del canovaccio… Ecco, se questo è il metro per misurare F1 – Il Film, il titolo di Joseph Kosinski in sala dal 25 giugno, allora può giungere come film fallimentare. Le corse delle macchine, la dinamica tra i personaggi, il veterano e il nuovo, la poetica della sconfitta e così via; ma si può adottare anche un’altra unità di misura, forse meno critica ma che qui diventa fondamentale, quella del brivido.

Il film di Kosinski prodotto da Jerry Bruckheimer, co-prodotto e dominato dalla stella di Brad Pitt, se smontato nei singoli componenti potrebbe non reggere. Ma la premessa è radicalmente diversa, a partire dalla genesi del progetto: un film girato nei circuiti veri di Formula 1 per il mondo, attraverso la dialettica tra piste reali e costruzione narrativa dei caratteri, in perenne cortocircuito tra i due piani come dimostra il “personaggio” di Lewis Hamilton, anche tra i produttori, che presta il nome e guida la sua Ferrari senza mai mostrarsi in volto.

Si vede invece Sonny Hayes (Pitt), la più grande promessa mancata del settore, ormai maturo e anzi vecchio (“old man” è il ritornello), con l’attore che lo interpreta a 61 anni: Sonny è stato un talento giovanile noto per la guida spericolata che lo portò a un gravissimo incidente, da cui è uscito vivo ma lasciando la Formula 1. A quel punto, giocatore incallito, due matrimoni falliti, si è dedicato a corse minori di ogni forma e dimensione. Il racconto si innesca quando l’ex compagno di squadra Ruben Cervantes (Javier Bardem) ha un’idea: visto che la sua squadra sta fallendo, vuole richiamare Sonny al circuito, abbinandolo al giovane talento Joshua Pearce (Damson Idris), uno bravo ma a rischio fighetto, troppo avvolto nel contemporaneo e nelle storie su Instagram.

Il loro team è destinato ad arrivare ultimo, applicando rigorosamente l’importante è partecipare, giocando da comparsa sino alla chiusura. Ma Sonny non ci sta: dopo i disastri iniziali, per riabituarsi all’aria della corsa, gradualmente qualcosa cambia. Lo “scorretto” Brad Pitt inizia prima ad adottare una strategia di disturbo, facendo ostruzionismo agli altri piloti per spingere davanti Joshua, con cui sistematicamente si scontra. Ed ecco che la squadra underdog APXGP – nome di finzione – comincia lentamente a scalare posizioni, non arriva più ultima… La dinamica è segnata dal contrasto tra i piloti, il vecchio e il giovane, il lupo solitario che fa come gli pare e il ragazzo nero che ha senso della squadra ma è fagocitato dall’iper-esposizione dell’oggi, da stories e interviste. “È solo rumore”, dice Brad: quel just noise che attesta l’appartenenza a un altro tempo e luogo, dove i social non esistono e importa solo correre. L’unica rete sociale di Haynes è il gioco d’azzardo, raffigurato nel mazzo di carte che sempre si porta, e dalla carta misteriosa che si infila in tasca quando corre: l’idea di azzardo si riversa nella sua tecnica sulla pista, che sabota ogni ipotesi di correttezza e non accetta di perdere, ma neanche di arrivare decimo, vuole il primo posto. La figura di un gigantesco Brad Pitt racchiude scorrettamente tutta la potenza del gioco d’azzardo e perfino la sua necessità, per non abbassare la cresta e guardare in alto, in sprezzo del pericolo fino alla vittoria.

Il film è scandito da duelli e segnato da due grandi incidenti, uno occorso a Joshua e l’altro a Sonny; del resto quando si cammina sull’orlo si può sempre scivolare. È ovviamente un western, F1 – Il Film, che però non attinge all’età d’oro ma al suo momento crepuscolare: Sonny Haynes è Shane, Brad Pitt è Alan Ladd, cioè Il cavaliere della valle solitaria di George Stevens, quello che arriva quando c’è bisogno di lui e poi improvvisamente scompare, nel nulla da dov’era venuto. È uno che scende dalla montagna, compie la missione e poi vi risale. Ed è anche un alfiere della bellezza del gesto: come Zendaya in Challengers di Guadagnino cercava il tennis puro, trovandolo all’ultima sequenza, così Sonny insegue la corsa in sé, che può e deve bastare a se stessa. Per questo una macchina sul circuito di Formula 1 vale una Dune buggy sulla spiaggia. Torniamo allora all’inizio, come il serpente che si morde la coda, al pensiero primario: F1 – Il film va visto per la corsa vertiginosa, per il gesto estremo, per il finale incerto di ogni gara, per Bardem che scandisce “miracle” quando Pitt resiste. Il resto – script, incongruenze, presunti errori – è un po’ ragioneria della critica. Va visto per il brivido. E i brividi sono molti.


di Emanuele Di Nicola
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