L’agente segreto
La recensione di L'agente segreto, di Kleber Mendonça Filho, designato Film della Critica dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani – SNCCI.
L’agente segreto, di Kleber Mendonça Filho, distribuito da Filmclub distribuzione e Minerva Pictures e nelle sale dal 29 gennaio 2026 è stato designato Film della Critica dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani – SNCCI con la seguente motivazione:
Il regista brasiliano insegue i fantasmi della sua città e del suo Paese con una spy story insieme appassionante e amara. In fuga dalla polizia della dittatura militare, nel Brasile del 1977, un militante comunista arriva a Recife per ricongiungersi con il figlio. Sono i giorni del carnevale, la città è in fermento, un serial killer minaccia la sicurezza, al cinema i film mostrano un mondo di esaltanti esagerazioni. Ma cosa significa, oggi, raccontare quel passato? Cosa ne è rimasto nelle immagini e nei luoghi del presente? Un film continuamente spiazzante e sorprendente.

La recensione
di Roberto Baldassarre
Il titolo è un omaggio cinefilo a Come si distrugge la reputazione del più grande agente segreto del mondo (Le magnifique, 1973) di Philippe de Broca e con Jean-Paul Belmondo, il cui trailer viene proiettato nel cinema del signor Alexander, suocero di Marcelo/Armando (Wagner Moura). Il rapporto termina qui con la pellicola giallo-rosa francese, come ugualmente il titolo L’Agente segreto (O agente segreto, 2025) non va interpretato radicalmente, perché il film di Kleber Mendonça Filho non è una spy story canonica. Va decifrato in maniera hitchcockiana, ovvero con un uomo comune che si trova invischiato in un complicato e pericoloso intrigo. In una vendetta da parte di uno spietato industriale che lo vuole eliminare perché si è ribellato – oltre ad averlo sbeffeggiato pubblicamente – alle sue idee capitaliste. Nel plot, scritto dallo stesso regista, ci sono molti degli schemi narrativi del genere, ma sono tutti elementi che si modellano nella trama spiccatamente politica.
L’agente segreto, strutturato in tre capitoli, è ambientato a Recife nel 1977 (con alcuni brevi flashback nel 1974), è un altro tassello filmico di Mendonça Filho incentrato sulla memoria martoriata e a tutt’oggi poco svelata del Brasile. Come ha dichiarato lo stesso autore, lo spunto del film gli è venuto durante la lavorazione di Retratos fantasmas (2023), documentario evocativo e commemorativo sulla capitale di Pernambuco, regione a nord est del Brasile. Pertanto L’agente segreto, per completezza, andrebbe visto a seguito di quel documentario, perché vi appaiono, rielaborati cinematograficamente, figure e paesaggi urbani raccontanti in quell’opera. La trasformazione di Recife, l’importanza del cinema per il popolo (come già raccontava Nuovo cinema Paradiso) e il personaggio di Alexander (Carlos Francisco) che nelle fattezze fisiche e nella camminata claudicante ricalca il vero proiezionista del cinema in cui Mendonça Filho andava da giovane. Il fittizio Marcelo/Armando è uno dei moltissimi cittadini brasiliani uccisi dalla dittatura militare e dimenticato dalla Storia. La sua vita “risorge” e viene resa nota perché due ricercatrici universitarie studiano un cospicuo archivio di musicassette registrate dai servizi segreti con cui lui parlava. Il clima violento e cinico si palesa in due maniere: internamente (tutta la narrazione ambientata nel 1977) ed esternamente (una nuova generazione prende atto di che cosa era il Brasile in quegli anni). Già nell’intro del film, ambientato in una sperduta stazione di servizio, prevale quel senso di spregiudicatezza del Potere, rappresentato dalla polizia.
Sul suolo del distributore c’è il cadavere di un ladro in decomposizione, ma i due poliziotti sono più interessati a interrogare Marcelo e ispezionare la sua auto. Una sequenza tesa, resa anche dalla contrapposizione di totali e dettagli. Come già nei suoi precedenti lungometraggi, anche ne L’agente segreto conferma come Mendonça Filho presti molta attenzione sia allo storytelling (in primo piano la storia di Marcelo, ma a cui si aggiungono anche altri racconti dei personaggi che incontra) con il placetelling, sempre incentrato su Recife per porre in evidenza come è cambiata la (sua) città. La radicale trasformazione del centro urbano è una delle ultime battute che sigilla uno dei significati precipui del film, ed detta dal figlio di Marcelo (è interpretato sempre da Wagner Moura) alla giovane ricercatrice. Un restyling completo che ha fatto perdere tantissime storie, cancellato brutali violenze militari ma anche bellissimi momenti di feste popolari: il variopinto condominio in cui vive Marcelo o la festante ressa del carnevale fuori dal cinema.
di Roberto Baldassarre