Anna
La recensione di Anna, di Monica Guerritore, a cura di Gianlorenzo Franzì.
Al cinema il passo da cult a scult è un attimo, tanto breve che a volte le definizioni -che già di per sé valgono il loro tempo, nell’arte- confondono e si confondono. Eppure, nell’esordio esondante di Monica Guerritore alla regia c’è qualcosa di confuso e contundente, e non sempre in senso positivo.
Anna è la storia di un’icona, Anna Magnani, che parte da quello spartiacque della sua carriera che fu la notizia dell’Oscar vinto: è da qui che la Guerritore inizia il suo viaggio, la sua indagine su una donna con cui la regista stessa sceglie di assimilarsi, sia per occorrenza cinematografica, sia anche per velleità artistiche.
Già da questo nodo nasce il primo intoppo del film, come un nodo che fa sobbalzare la linearità della corda tesa: perché poi la ricerca di rivalutazione (?) sembra sfiorare l’agiografia, e a nulla serve invocare una supposta naïveté da esordiente perché l’ambizione del film tracolla in un racconto che, specialmente dopo il primo tempo, quando il racconto sembra affievolirsi in una sfilza di accadimenti e di nomi.
Eppure, e sembra ance inutile dirlo, la passione c’è, come anche la sincera autenticità di ispirazione: e sulla Guerritore attrice poco c’è da discutere. Anna è un esordio a metà, un film in bilico, e se si vuole azzardare un motivo per cui un’opera che sulla carta -e non solo- era vincente può incolparsi l’eccesso di televisizzazione dello sguardo della regista, a tratti troppo didascalica e inutilmente citazionista: come se la regista non fosse capace di star dietro all’attrice -anzi, alle attrici. Ed è strano assai, visto che sono la stessa persona.
di Gianlorenzo Franzì