Vita privata
La recensione di Vita privata, di Rebecca Zlotowski, a cura di Gianlorenzo Franzì.
Sono i Talking Heads con Psycho Killer sui titoli di testa che accolgono lo spettatore: e quello più smaliziato capirà subito dove vuole andare a parare Rebecca Zlotowski. Vita Privata, presentato a Cannes 2025, ha preliminarmente un enorme merito, ovvero quello di ridare un ruolo finalmente complesso e degno a quella Jodie Foster che il grande cinema sembra aver dimenticato (cosa che non ha fatto la televisione, dove ha saputo giganteggiare in True Detective: Night Country qualche anno fa).
Colpevolmente, di sicuro, perché la sua dottoressa Lilian Steiner è il perno intorno a cui gira una storia che scivola continuamente da un piano all’altro, da un genere all’altro. Proprio come i Talking Heads, perché Viè Privèe cambia registro ad ogni sequenza, modulando le sue corde sia sul dramma che sul giallo/horror psicologico tenendo però tutto insieme con una sorte di spirito iconoclasta declinato in forma di commedia.
Un continuo sgusciare una cosa dentro l’altra che a tratti potrebbe anche infastidire, tanto bene la Zlotowski riesce a tenere ogni genere; ma che alla fine sembra essere perfettamente in linea con lo spirito intimo di un film che vuole mostrare la realtà per il circo grottesco che è, dove non c‘è un senso e dove ognuno si crea la propria verità.
Tanto più che la regista, alla sua sesta prova, sembra aver trovato la sua ispirazione più autentica dopo qualche prova abbastanza disastrata (Planetarium o Une Fille Facile): sembra girare intorno al Woody Allen di Misterioso Omicidio a Manhattan, ma poi prende una strada tutta sua, gustosa e divertente, consapevole, e finisce per ragionare sulla morte e sulla incapacità umana di capire, usando al meglio non solo la Foster ma tutti i suoi attori, fino ad uno splendido Daniel Auteuil.
di Gianlorenzo Franzì