Carmelo Bene a Cannes (1969-1973)
Gianluca Pulsoni recensisce il libro a cura di Carlo Alberto Petruzzi.
Bisogna fare i complimenti a Carlo Alberto Petruzzi per come sta proseguendo, nel corso di questi anni, il suo lavoro su Carmelo Bene, un lavoro che coniuga un acume da critico-archivista con una grande onestà intellettuale. E i risultati sono ottimi, visto che ci regala contributi spesso utili per ampliare il discorso sul genio salentino. In questo senso Carmelo Bene a Cannes (1969-1973) è perfettamente in linea con gli sforzi precedenti di Petruzzi, per esempio con la sua bibliografia beniana, o con il libro dedicato a Mario Masini, figura fondamentale nel cinema di Bene.
Come recita il titolo del libro, Carmelo Bene a Cannes (1969-1973) si concentra sul periodo in cui il salentino frequenta la kermesse francese con i suoi film e comincia a farsi conoscere oltralpe, quindi su un piano decisamente internazionale. Per delineare la figura dell’artista in quel contesto e in quel periodo, dopo un’introduzione molto precisa e puntuale, Petruzzi sceglie saggiamente lo strumento dell’intervista, e ci porta così a leggere i ricordi in merito di operatori culturali, studiosi e critici come Pierre-Henri Deleau, Jean-Paul Manganaro, Jean Narboni e Noël Simsolo.
Deleau è fondatore della “Quinzaine des réalisateurs” del festival di Cannes. Di questa rassegna ne è stato inoltre il primo direttore. A Petruzzi parla di diverse cose, fra cui: la presenza di Carmelo Bene all’edizione inaugurale della “Quinzaine”; la diffusione francese dei suoi film (Cinémathèque française, Théâtre National Populaire di Chaillot, Vidéothèque de Paris); aneddoti relativi a uno spettacolo teatrale poco noto messo in atto dallo stesso Bene – sembra una rivisitazione del suo Don Chisciotte romano – prima di una proiezione di Don Giovanni al Théâtre Marigny.
Dalla voce di Manganaro – forse il più noto degli intervistati fra i fan e le fan di Bene in Italia – emerge invece uno spaccato più generale. Ci sono approfondimenti sul rapporto fra l’artista e l’intellighenzia francese dell’epoca, ma anche informazioni curiose: per esempio, su mancate regie d’opera, fra cui una Santa Giovanna dei Macelli con Isabelle Huppert. Cose che suonano “nuove” si trovano anche nell’intervista a Narboni. Fra queste, il ricordo di un commento di Bene sul suo abbandono del cinema, e uno di André Labarthe sul film Nostra Signora dei Turchi. Una vera chicca.
Più lunga delle altre, l’intervista a Simsolo – Petruzzi lo ringrazia per la realizzazione del libro – si presenta ricchissima di aneddoti. È materiale che ci aiuta a ricostruire il rapporto di Bene col cinema allora, sia nel dialogo o non-dialogo con altri, sia in come i suoi film venivano recepiti. Al riguardo, Simsolo ricorda il giudizio positivo di un François Truffaut su Nostra Signora dei Turchi («Bellissimo, penso un po’ a Cocteau e a Orson Welles»), ma anche il rispetto di un Jean-Luc Godard («E quando parlavo di Bene a Godard, mi diceva che non poteva dire niente contro»).
L’intervista a Simsolo può inoltre valere come ponte per la sezione dedicata a Ventriloquio, cortometraggio di Bene ancora introvabile, e per quella relativa al già citato spettacolo teatrale del Don Chisciotte a Parigi, nel 1970. Nel primo caso si ha un contributo molto ricco per una ricostruzione – parziale ma importante – della genesi e del contenuto del cortometraggio. Nel secondo caso si getta invece luce su un’iniziativa sostanzialmente sfuggita alla critica, e che invece può essere interessante per ripensare alcuni aspetti dell’evoluzione del lavoro teatrale di Bene.
Carmelo Bene a Cannes (1969-1973) si conclude con la riproposizione di un’intervista di Francesco Forlani ad Anna Maria Papi, pubblicata dalla rivista “Il Reportage” nel 2011. Si parla di Un amleto di meno, che fu in concorso a Cannes e di cui Papi fu produttrice e aiuto-regista. Si tratta di una testimonianza dai tratti coloriti ma che, in fondo, funziona bene come ciliegina sulla torta.
di Gianluca Pulsoni