Toy Story 5

La recensione di Toy Story 5, di Andrew Stanton e McKenna Harris, a cura di Roberto Baldassarre.

Benché in seno nella Walt Disney Company ormai da vent’anni, la Pixar conferma come sia rimasta fedele alla sua linea autoriale, al suo tocco narrativo. Mentre la casa di Mickey Mouse si sta perdendo in sfarzosi live action di consistenza blanda, la piccola e sbarazzina creatura, creata nel 1986 da John Lasseter, prosegue nel riuscito compito di raccontare importanti e sfaccettati argomenti con leggiadria e non banali spunti di riflessione. Una grazia non sempre ottima nei risultati, in cui però, fortunatamente, permangono quella snellezza narrativa e quell’allegrezza che rendono il cartoon funzionale.

Toy Story 5 (2026) di Andrew Stanton ne è la conferma, tra pregi e difetti. Riallacciandosi alle vicende di Toy Story 3 – La grande fuga (Toy Story 3, 2010) di Lee Unrich, questo quinto capitolo ripropone le tematiche cardine presenti sin dal primo episodio, aggiornandole al giorno d’oggi. Al passaggio all’età adulta, all’abbandono, alla necessità di un amico, al fare squadra, al coraggio e al credere a se stessi, si aggiungono l’invecchiamento, il bullismo, la difficolta dei rapporti tra bambini e l’imperante nuova tecnologia elettronica. Quest’ultimo aspetto, insidioso elemento che rende i vecchi giocattoli obsoleti e poco appetibili, trasforma i bambini in solitarie figure che si relazionano l’un l’altro soltanto per mezzo del “mefistofelico” medium ipertecnologico e non sono più capaci d’immaginare funamboliche storie ludiche con i loro ninnoli.

Toy Story 5 è di nuovo uno sguardo ad altezza balocco sull’infanzia – e finanche le relazioni interpersonali – che è ulteriormente cambiata. Ciò getta nel panico e nella depressione gli svariati giochi, anch’essi con un’anima. Ognuno di essi ha un proprio vissuto, abbandonati dopo intensi momenti felici. Una caducità irreversibile, tra bambini che divengono adulti e innovazioni che sostituiscono oggetti tecnicamente superati. Logoramento messo in evidenza dalla vistosa chierica che ha Woody. Una calvizie che nell’umano indica eventuale perdita di capelli per invecchiamento, mentre per un balocco rimando al trascorrere del tempo che consuma una parte di esso. Sebbene ci sia questa reiterazione di argomenti e alcune lentezze di racconto, Toy Story 5 centra il doppio bersaglio che si era prefissato.

Da un lato l’argomentazione riflessiva, attraverso degli exemplum animati (i cartoons sono la versione contemporanea delle fiabe/favole), dall’altro proponendo un gustoso, movimentato e comico plot di avventure e teneri momenti di commozione. In ogni episodio c’è sempre l’usuale missione da compiere (riconquistare il cuore del proprio padroncino), ma ideando sempre un nuovo spunto originale. In questo caso un carico di Buzz Lightyear 2.0 ammarato su un’isola deserta che si trasforma in una coriacea compagine militaresca che cerca di portare a termine la missione preposta. Tra momenti delicati, comici, riflessivi e avventurosi, il cartoons riempie la durata narrativa fino all’Happy End e un simpatico extra post credits. Non del tutto originale – forse è ora di fermare questo franchise – però pratico come insegnamento per i bambini e meno insincero delle morali filmiche della Disney.


di Roberto Baldassarre
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