Reflection in a Dead Diamond

La recensione di Reflection in a Dead Diamond, di Hélène Cattet e Bruno Forzani, a cura di Francesco Parrino.

John D (Fabio Testi), elegante settantenne dal passato enigmatico, vive in un hotel di lusso sulla Costa Azzurra. L’arrivo di una nuova vicina, affascinante e silenziosa, riaccende in lui i ricordi degli anni Sessanta, quando la Riviera era lo sfondo di una vita intensa e lui una spia in un mondo in rapido cambiamento. Un giorno, la donna scompare senza spiegazioni. La sparizione riapre vecchie ferite e antiche paure. I nemici di un tempo sono forse tornati? O è solo la mente di John a confondere passato e presente? Mentre memoria e realtà si confondono, John è costretto ad affrontare ciò che credeva sepolto. Questo è Reflection in a Dead Diamond, una nuova gemma cinematografica di Hélène Cattet e Bruno Forzani che dopo aver stupito e affascinato alla 75ª edizione della Berlinale – Festival Internazionale del Cinema di Berlino è pronta ad approdare al cinema con Lucky Red a partire dal 3 luglio.

Chi conosce i lavori precedenti di Cattet e Forzani sa perfettamente cosa aspettarsi dalla visione di Reflection in a Dead Diamond. Per tutti gli altri, il consiglio è di esplorarne la filmografia tra The Strange Colour of Your Body’s Tears e Let the Corpses Tan prima di approcciarvisi. O forse no, perché in fondo parte della meraviglia del gioco cinematografico sta proprio nel lasciare che siano gli stessi film, a volte, a dischiudersi dinanzi ai nostri occhi sgombri da aspettative e preconcetti. Che poi è metà del divertimento garantito dalla visione del quarto film del duo registico. Un affettuoso (e commuovente) omaggio alla dorata stagione del cinema di genere europea a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta che si tinge di splatter giocoso e meta-cinematografico su punte di thriller spionistico nelle sue immagini dalla costruzione ricercata ed evocativa di tempi lontani.

Su di esse, Cattet e Forzani imbastiscono un intreccio sfaccettato e tortuoso dall’anima frammentata come è – frammentata – la psiche di John D (Testi ci mette mimica, fisico, esperienza e verve) nel suo viaggio tra passato e presente, che diventa cinema puro ed elevato tutto percorso di poesia e carattere nelle sue dissolvenze incrociate e nella straordinaria lezione di montaggio alternato narrativo in essa custodita. Un’opera magistrale, Reflection in a Dead Diamond, ipnotica, folle e forsennata, dalla struttura libera come sono libere le interpretazioni che si possono dare alla ratio di un racconto così enigmatico, le cui atmosfere vacanziere – sanguinose ma al contempo distese e calme – lo rendono l’insospettabile perfetta visione di questa calda estate italiana.


di Francesco Parrino
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