Eternity
La recensione di Eternity, di David Freyne, a cura di Juri Saitta.
Dopo un lungo periodo di stagnazione, negli ultimi anni la rom-com sembra vivere un momento di parziale rilancio, sia con film semplici ma popolari come Tutti tranne te sia con opere più originali e cinefile quali Eternity, commedia fantasy prodotta da A24.
Qui i protagonisti sono Larry e Joan, due coniugi che dopo la morte si ritrovano in una sorta di limbo in cui devono scegliere in quale “mondo” ultraterreno trascorrere la propria eternità. In questo luogo Joan incontra il suo primo marito, morto durante la guerra di Corea. La donna dovrà così decidere se passare l’eternità con l’uomo con cui ha vissuto per mezzo secolo o se trascorrerla con il suo grande amore di gioventù.
L’opera rivisita in chiave moderna il filone della commedia fantastica con particolare riferimento a capolavori come il britannico Scala al paradiso di Michael Powell ed Emerich Pressburger e lo statunitense La vita è meravigliosa di Frank Capra. Della pellicola inglese, il film riprende l’idea di un aldilà organizzato su modelli sociali esistenti delineando un mondo capitalista e totalitario: il limbo, infatti, è una sorta di mega centro commerciale governato da leggi autoritarie e individui che nessuno conosce. Del classico americano, Eternity possiede invece gli elementi più riflessivi e intimistici.
In modo non dissimile dal George Bailey impersonato da James Stewart, qui i personaggi sono costretti a fare un bilancio della propria vita, analizzando le proprie scelte e le circostanze in cui sono state portate avanti. Così, alternando momenti umoristici ad altri più malinconici, il film riflette sulle relazioni di coppia e sulle decisioni difficili che la vita pone di fronte.
E come nel classico di Capra, i protagonisti sono persone comuni appartenenti alla classe media, che Eternity sembra voler omaggiare nelle sue difficoltà e nelle sue gioie quotidiane. In questo senso, risulta particolarmente azzeccata la scelta di cast, che vede nella parte di Larry lo statunitense Miles Teller, che qui riesce a impersonare bene l’uomo della porta accanto con una prova relativamente sobria.
In tale direzione, l’opera si collega idealmente a Here di Robert Zemeckis, che racconta anch’esso le piccole e grandi traversie dell’americano medio.
Ma se quello di Zemeckis è un lavoro formalmente innovativo e semi-sperimentale, Eternity è caratterizzato invece da una regia classica e al servizio degli attori e della sceneggiatura; i veri punti di forza di un film che punta soprattutto sulla creazione di un mondo parallelo, sulle riflessioni intimiste e su un cast azzeccato.
di Juri Saitta