Tienimi presente
Le recensioni di Tienimi presente, di Alberto Palmiero, a cura di Gianlorenzo Franzì e Ignazio Senatore.
La recensione
di Gianlorenzo Franzì
Gli esordi alla regia sono spesso rischiosi perché chi si cimenta dietro la macchina da presa, magari preso dalla foga autoriale, tende a riempire il film di linee tematiche.
Tienimi Presente, in questo senso, va controtendenza: Alberto Palmiero crea un ibrido straniante e a suo modo affascinante, consapevole o meno di una sua dote innegabile che è la capacità affabulatoria.
Una capacità che non è semplicemente raccontare: ma soprattutto saper dosare le parole, i tempi, i ritmi, per fare entrare subito chi ascolta -chi guarda- nel mood della storia, e farlo restare l’.
Tienimi Presente è un doppio salto metalinguistico, perché se da una parte Palmiero mette in scena tutta quell’umanità un po’ brillocca che gira intorno alla produzione cinematografica, dall’altro racconta sé stesso con sincerità disarmante.
È per questo che il film si insinua lentamente nelle simpatie dello spettatore: la storia di Alberto, il protagonista, è la storia di un giovanissimo che dopo aver studiato cinema rimane incagliato in quel sottobosco paludoso che gli addetti al settore conoscono molto bene, tra produttori che si aggirano per le strade del Lido e che accendono i loro specchietti per le allodole (qui ha il volto di Gianluca Arcopinto, uno dei veri produttori dell’opera prima) e set pronti a fagocitarti e risputarti subito dopo (Alberto lavora solo un giorno come figurante a Portobello, la serie di Marco Bellocchio, che vediamo nei panni di sé stesso, prodotta da Kavac, anche questa tra le case di produzione di Tienimi Presente). Per poi abbandonarsi alla sconfitta e arenarsi definitivamente in un ritorno a casa fatto di pranzi di famiglia in cui le domande ti inchiodano al muro come gli sguardi che svicolano.
Palmiero è allora bravo a tenersi sul filo di un’ironia quasi sempre grottesca ma mai fuori le righe: il suo è uno sguardo docile e mite, che preferisce voltarsi dall’altra parte invece che urlare al vento o in faccia la propria disperazione. Ed è in questo scarto che Tienimi Presente si incunea in un disagio generazionale che va oltre la professione di cineasta ma abbraccia purtroppo un bacino molto più ampio: il protagonista del film è uno dei tanti giovani che non trovano lavoro e neanche il loro posto nel mondo, ma non hanno la forza di spintonare e sbraitare preferendo uno sguardo di malinconica rassegnazione, tornando a sognare di nascosto nella propria cameretta accanto a quella dei genitori.
Il carattere di Palmiero tiene banco e si mette al centro, contagiando tonalità cromatiche, scelte narrative, direzione degli attori: e nel farlo, si riallaccia ad una tradizione ormai persa, quella di quegli anni Novanta in cui nel cinema italiano si osava, si prendevano rischi, si dava spazio a chi avesse voce e un sogno e un’idea di cinema, con assoluta libertà espressiva rimanendo lontanissimi dall’establishment imperante senza che questo possa voler dire sparire nelle brume di un prematuro oblio.
E per questo un applauso va fatto alla Kavac Film e al suo coraggio nello scommettere su una voce, quella di Palmiero, non prepotente né potente, ma che forse può intercettare un umore, uno zeitgeist, uno spiraglio di verità, anche se incastonati o incastrati in un film imperfetto, traballante, che specialmente nella seconda parte (dopo la splendida sequenza onirica con Pulcinella alla festa per lo scudetto del Napoli) avrebbe avuto bisogno di una sceneggiatura più consapevole e decisa, di una impalcatura più salda, soprattutto di uno sguardo d’insieme che mettesse insieme le tante suggestioni espresse, sospese tra gag azzeccatissime e squarci di dolorosa malinconica.
Tienimi Presente non ha dalla sua nessuna idea rivoluzionaria, nessuno sguardo autoriale onnipresente, nessun sottotesto importante: ma allo stesso tempo è sincero dove altri non lo sono, mentre si mostra con le sue fragilità (anche di scrittura e interpretazione) per far capire che anche questo è cinema, anche questo è uno specchio d’arte in cui riflettersi e capirsi, e capire, un po’ di più.
La recensione
di Ignazio Senatore
Si tratta di una piacevolissima sorpresa Tienimi presente, film d’esordio di Alberto Palmiero, premiato alla Festa di Roma come miglior opera prima. Più che la trama in sé, spruzzata da una salace ironia e da un pizzico di tenera melanconia, quello che colpisce è che Palmiero ha impaginato un prodotto di ottima fattura stilistica, pur senza far ricorso ad attori professionisti, ma chiamando a raccolta gli amici e affidando il ruolo dei genitori al papà e alla mamma e alla fidanzata quello dell’innamorata.
Un’operazione che ricorda, in qualche modo, per la povertà di mezzi a disposizione, Io sono un autarchico di Nanni Moretti, del 1976. Protagonista lo stesso Alberto Palmiero, giovane ventisettenne che, terminata l’esperienza al Centro Sperimentale di Cinematografia, partecipa a una sessione per autori under 30 al Venice Production Bridge della Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia. Gianluca Arcopinto sembra interessato al suo progetto e gli chiede di inviarglielo, ma, un attimo dopo Alberto scopre che il produttore rivolge la stessa offerta a un altro giovane regista. Partecipa, poi, come comparsa a Portobello, film che sta girando Marco Bellocchio, ma neanche questa esperienza riesce a spazzar via la crisi che lo attanaglia. Deluso e scoraggiato, Alberto ritorna, infatti, ad Aversa, città d’origine, a casa dei genitori. Smarrito e disincantato, agli amici racconta che il sogno della carriera cinematografica è svanito.
Alberto non è, però, Guido Anselmi, l’affermato regista quarantenne, protagonista di 8 ½ , il capolavoro di Federico Fellini del 1963, in crisi d’ispirazione. Non è nemmeno Eugenio, Massimo e Fabio, gli esordienti registi del Il caricatore di Eugenio Cappuccio, Massimo Gaudioso e Fabio Nunziata (1996), che cercano, a tutti i costi, di realizzare il loro primo cortometraggio. Il suo smarrimento è più profondo, non è personale, ma generazionale, un disagio che rimanda a quello di Benjamin Braddock, l’indimenticabile protagonista de Il laureato di Mike Nichols (1967). Alberto, infatti, non sa cosa fare in futuro e ai genitori e agli amici, preoccupati per la sua sorte, fornisce solo risposte vaghe. A differenza di Benjamin che, per stornare il proprio smarrimento, si spende in una relazione sentimentale con una donna più matura di lui, Alberto ritrova, invece, sulla sua strada Gaia (Gaia Nugnes), una ventiduenne dolce e accogliente della quale s’innamora, ricambiato. Spinto dai genitori, Alberto pensa di rimettere a frutto una laurea triennale in informatica, conseguita anni addietro. Ma un giorno…
Il tono scelto é quello della commedia agro-dolce e Palmiero, con alle spalle diversi cortometraggi (Il pesce toro, Amarena, Menomale), mescolando perfettamente leggerezza e profondità, riesce a dar voce quel disagio dei trentenni del Sud, costretti ad emigrare al Nord per poter mettere a frutto risorse e competenze. Un film non urlato, ma girato con garbo, che fa sorridere e riflettere. Piccolo omaggio alla maschera di Pulcinella, che trascina Alberto in strada a festeggiare il terzo scudetto del Napoli. Particina per il promettente regista Mino Capuano, nei panni di se stesso. Piccoli camei di Marco Bellocchio (che compare mentre gira una scena di Portobello), co-produttore del film assieme a Gianluca Arcopinto e Simone Gattoni. Distribuisce Fandango.
di Gianlorenzo Franzì eIgnazio Senatore