Il demonio

La recensione di Il demonio, di Brunello Rondi, a cura di Fabrizio Fogliato.

Nel panorama del cinema italiano dei primi anni Sessanta, Il demonio di Brunello Rondi occupa una posizione anomala e, per molti versi, profetica. Uscito nel 1963, in piena stagione di benessere economico e di rassicurante autorappresentazione nazionale, il film si colloca in una zona liminale tra documento etnografico, melodramma nero e incursione nell’orrore, inaugurando una possibile “terza via” del nostro cinema: quella di una docu-fiction antropologica, stilisticamente perturbante.

L’opera nasce anche dal confronto con il pensiero di Ernesto De Martino, la cui riflessione sulle pratiche magico-religiose del Sud Italia informa la struttura del racconto. Rondi ibrida la lezione demartiniana con un impianto narrativo di ascendenza verista, dove la forma aderisce al contenuto fino a farsi corpo stesso dell’ossessione collettiva. Il risultato è un dispositivo filmico che non si limita a rappresentare il folklore lucano, ma lo assume come sintomo di una patologia sociale: l’espulsione violenta del diverso.

In questo contesto, la figura di Purif (Daliah Lavi) diviene il fulcro tragico dell’intera operazione. Il suo corpo, continuamente esposto e martoriato, è insieme oggetto di desiderio e capro espiatorio. Lavi conferisce al personaggio una qualità magnetica e ambigua, sospesa tra possessione e nevrosi erotica, incarnando un Eros primordiale che la comunità non può tollerare. La sua presunta fascinazione amorosa, lungi dall’essere manifestazione soprannaturale, appare come l’unico spazio di azione concesso a una donna in una società rigidamente patriarcale.

Rondi costruisce un universo visivo aspro, dominato da paesaggi pietrosi e volti scavati, spesso ripresi in violenti close-up espressionisti. L’elemento orrorifico – che richiama per analogia certe atmosfere de La maschera del demonio di Mario Bava – non è mai gratuito: è piuttosto la traduzione soggettiva dello sguardo della comunità su Purif. Le sequenze di esorcismo, tanto pagano quanto cattolico, mettono in scena un sincretismo inquietante, in cui fede e superstizione si specchiano senza contraddirsi. Il “demonio” del titolo, significativamente minuscolo, non designa una presenza metafisica, ma il paradigma di una collettività incapace di riconoscere la propria violenza.

Di straordinaria potenza è la rappresentazione dei rituali collettivi: dalla processione penitenziale alla confessione pubblica dei peccati, dove colpe inconfessabili vengono ammesse con disarmante leggerezza, mentre l’unico peccato inassolvibile resta l’eccesso del desiderio femminile. In questo rovesciamento etico si coglie la dimensione politica del film. Purif diventa il detonatore di un equilibrio fondato sull’ipocrisia; la sua eliminazione finale – atto insieme sacrificale e catartico – suggella la restaurazione dell’ordine, ma lascia emergere l’orrore strutturale che lo sostiene. Anticipando di un decennio la crisi dell’identità maschile e il lento processo di emancipazione femminile, Rondi realizza un’opera radicale, accolta freddamente in patria ma capace di dialogare con un immaginario internazionale più attento alle contaminazioni di genere. Il demonio resta così un film scomodo e necessario: un’incursione visionaria nel rimosso antropologico italiano, dove l’ ”antimiracolo” coincide con la rivelazione di una verità insostenibile.


di Fabrizio Fogliato
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