Scream 7

La recensione di Scream 7, di Kevin Williamson, a cura di Roberto Baldassarre.

Trent’anni fa Scream (1996) di Wes Craven rilanciò il genere slasher, di cui fu uno dei più prestigiosi artefici negli anni Settanta. Il primo episodio, in cui appariva già in tutta la sua ferocia assassina e birbante spiritosaggine Ghostface, era un Teen-horror che univa gli umori e gli spruzzi di sangue dei Seventies con il look adolescenziale e sociale degli anni Novanta. Un piccolo film nel budget ma che si rivelò un enorme successo e mirabile film seminale che diede la stura a pellicole del terrore similari. Merito di questo exploit è anche dello sceneggiatore Kevin Williamson, che tracciò un’efficacia trama che si rifaceva ai capisaldi di due decenni prima aggiungendovi una maggiore dose d’ironia e in particolare continue strizzatine cinefile. Sei lustri dopo, con nel mezzo cinque sequel di differente qualità e una serie televisiva, ecco Scream 7 (2026). Una conferma, una novità, un ritorno… un probabile reboot. Il settimo capitolo conserva tutte quelle trovate (gore, goliardia, metacinema e repentine sorprese) che sono alla base del successo di questo longevo franchise.

Si omaggia Wes Craven sin dall’incipit (le cinefile domande poste telefonicamente alle prime vittime) e si cita espressamente La casa nera (The People Under the Stairs, 1991) nella tesa e concitata fuga nell’intercapedine della casa di Sidney Prescott (Neve Campbell) e sua figlia Tatum (Isabel May). Williamson, che non si occupò delle sceneggiature del terzo, del quinto e del sesto capitolo, si riappropria di tutti quegli topos da lui creati, riproponendoli solo con dei piccoli aggiustamenti. Non soltanto per mantenere l’originale fisionomia della sua creatura cinematografica più fortunata, ma li conserva quasi fossero, nello svolgersi della trama, come delle sfide lanciate agli aficionados di Ghostface, per metterli alla prova e capire chi è il reale assassino. Un beffardo game cinematografico, in pratica. La novità principale sta nel passaggio alla regia di Kevin Williamson, che dal secondo capitolo si era ritagliato principalmente il ruolo di produttore. 

Dopo il discreto esordio con la black (teen-horror) comedy Killing Mrs. Tingle (Teaching Mrs. Tingle, 1999), questo ritorno conferma le buone qualità di storytelling visivo di Williamson che sa recuperare, senza troppo debordare, quel tocco di artigiano da tipici B-Movies d’antan. Una messinscena a tratti sobria, derivativa di quella genuina di Craven e dallo stile flou anni Novanta, rispetto ai coevi horror che cercano l’eccesso e/o il disturbo visivo per stupire e impaurire. Mentre è un rientro nel progetto per l’iconica Neve Campbell, mancante nel precedente episodio. L’attrice è ormai legata in questo ruolo, come ugualmente è imprigionato il suo personaggio, feticistico obiettivo di Ghostface. Divenuta ormai moglie e mamma felice, che crede di essersi lasciata tutto alle spalle (ma il terrore rimane, come ben evidenzia la sua dolce casa rinforzata con sistemi d’allarme e panic room), dovrà di nuovo agire.

Un rientro, a cui si affianca il conflittuale rapporto con Gale Weathers (Courtney Cox), che diviene riflessione del tempo trascorso e di tutte le morti che si sono sommate in oltre tre decenni. Ciò fa percepire come Scream 7 sia anche una camera verde che rende ossequio a quel lontano passato cinematografico, riproducibile soltanto con l’ingannevole intelligenza artificiale. La domanda che però sorge, è se questo settimo episodio possa essere un film ponte per un rilancio vero e proprio del franchise. Ormai i protagonisti originali sono personaggi maturi, ed essendo il plot peculiarmente incentrato sugli adolescenti la figlia di Sidney sarà la nuova eroina della saga?


di Roberto Baldassarre
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