Un anno di scuola
La recensione di Un anno di scuola, di Laura Samani, a cura di Antonio Quaranta.
Un anno di scuola di Laura Samani si inserisce nel solco del coming of age europeo contemporaneo, rielaborandolo in una direzione che privilegia la dimensione relazionale e politica dell’adolescenza rispetto alla semplice formazione individuale.
Ambientato a Trieste nel 2007 il film racconta di Fred, una ragazza svedese che entra in un istituto tecnico maschile alterando un equilibrio già consolidato. Difatti attorno a lei nasce un triangolo composto da Antero, Pasini e Mitis: tre figure che non sono tre semplici e stereotipate caratterizzazioni maschili ma veri e propri modi dell’adolescenza. In questo la protagonista Fred diviene nell’immediato il fulcro del racconto; un processo oscillante che inizia come corpo estraneo costruendo man mano la propria identità, entrando nel mondo maschile. Samani nella scrittura su Fred ricorda molto Cèline Sciamma in Bande de filles dove l’identità femminile si forma mediante l’attrito con strutture maschile chiuse. Come avviene nel film di Sciamma anche in Un anno di scuola il corpo femminile non è mai neutro essendo osservato, desiderato, conteso e quindi politicizzato.
Ma per rendere il corpo femminile oggetto e soggetto dell’adolescenza, Laura Samani deve comporre la variegata e stratificata identità maschile; Antero è la figura più riflessiva e intellettuale del gruppo avvicinando il suo personaggio ad alcune figure del cinema di André Téchiné dove l’intellettualità adolescenziale spesso è incapace di reggere il peso del desiderio e dell’appartenenza. Pasini, al contrario, è il seduttore del gruppo, spavaldo e senza inibizioni, anche se la sua caratterizzazione sarà in parte basata su una ferita emotiva che riemergerà nel corso nella narrazione. Tra i tre il membro più interessante è senza alcun dubbio Mitis, il guardiano del gruppo, colui che sembra stabile sentimentalmente rivelando però logiche di controllo affettivo e immobilità emotiva. In tal senso l’opera di Samani richiama il primo Luca Guadagnino di Call Me by Your Name nel quale la protezione coincideva spesso con una forma tossica di dominio mascherato.
L’arrivo di Fred non è quindi solo un classico evento sentimentale ma un dispositivo destabilizzante, in quanto i tre ragazzi vengono messi in crisi da una soggettività femminile così autonoma e poco incline alle manipolazioni. Ed è qui che la giovane regista adotta una piccola rivoluzione del teen-drama classico: l’adolescenza non è più uno spazio nostalgico o sentimentale avvicinandosi invece ad una dimensione più europea per la forza dello sguardo dei personaggi non solo verso se stessi ma anche in direzione del mondo.
Pur essendo due opere diverse, il film dialoga con la prima eccellente opera della regista, Piccolo corpo; il corpo femminile smette di essere attraversato da un viaggio fisico e simbolico, qui il corpo di Fred è visibile, oggetto del desiderio, e continuamente ridefinito dallo sguardo altrui. In entrambi i casi Samani costruisce una grammatica del desiderio come tensione tra libertà e costrizione.
Un anno di scuola suggerisce quindi che l’adolescenza non è “solo” una fase/età della vita ma una parentesi temporale di relazioni instabili in cui ogni identità esiste solo in rapporto all’altra. E spesso contro l’altra.
di Antonio Quaranta